Il Futuro dell’Europa è Glocal

DI GIANPAOLO MARCUCCI

uegiovani

E’ da un po’ di tempo che in televisione e sui giornali, si sente parlare di Europa come un uccello che non ha ancora imparato a volare; un enorme dinosauro che intrappolato dal suo peso non riesce a muoversi come vorrebbe. Vero è che i media tendono sempre verso l’estremizzazione dei concetti, tuttavia, al di la delle metafore, bisogna ammettere che  tastando il polso degli italiani, si nota una sorta di perplessità nel pensare al concetto di Europa. Pare proprio ci sia in essa una sorta di impedimento, di difficoltà di fondo che non le permette di divenire solida ed essere percepita come una vera e propria istituzione di riferimento.
Secondo molti analisti, alla base di questa difficoltà – che distanzia l’U.E. da altri organismi simili, come non ultimo quello degli U.S.A. – vi è di sicuro una lampante mancanza di leadership, una mancanza di volontà da parte dei paesi membri di cedere una porzione di sovranità nazionale ad un comune “Governo Sovranazionale Europeo”. Se così fosse, il metodo migliore per far decollare l’Europa sarebbe quello di centralizzare di più: creare un vero governo europeo, con veri margini decisionali, un consiglio dei ministri e un premier unici in grado di decidere autonomamente sulla politica comunitaria e laddove necessario, su alcune questioni che toccano la politica dei singoli stati. Ma siamo sicuri che questa è proprio la soluzione che serve all’Europa? L’uomo, solitamente, in situazioni di crisi, tende ad aggrapparsi ad appigli, reali e non, per poter prontamente uscire dalla condizione invalidante in cui si trova e ripartire dal punto della caduta. In questo modo ritorna al suo precedente equilibrio, e convinto di aver superato le difficoltà, procede oltre in base a quello che è il “percorso del conosciuto”. Tale atteggiamento, per quanto funzionale all’uscita dalla crisi, si limita solo a far fronte ad un “sintomo”, senza intaccare minimamente le cause del problema e dando modo ad esso di riemergere come un gayzer appena un qualsiasi evento esterno smuove l’apparentemente stabile equilibrio raggiunto.
Senza dare nulla per scontato o immutabile, proviamo invece a considerare la crisi come un’opportunità e a vedere, laddove ci fosse, cosa essa vorrebbe comunicarci. Osservando attentamente la situazione europea, pare che emerga un problema ancor più spinoso e opaco della mancanza di leadership sopra menzionata, una questione che tocca aspetti ancor più insidiosi e profondi: la mancanza di una visione chiara e definita di cosa l’Europa sia o dovrebbe essere. L’Unione Europea, pensata come un insieme di Stati nazionali al quale bisognerebbe sovrapporre un unico governo sovranazionale non è forse paragonabile ad una mappa di piramidi sopra la quale vuole esser applicata una piramide “superiore”? La piramide è una forma familiare, antica, che sta alla base della gerarchizzazione della politica e della società da moltissimi anni, tuttavia, in linea con la nuova evoluzione tecnologica e sociale che vede il concetto di rete come centrale,se invece di vedere l’Unione Europea come la solita somma di piramidi, cominciassimo a vederla come una “rete di punti”, anzi che come un enorme solido a tre dimensioni, pieno di livello e sottolivelli, la vedessimo come una dinamica e pulsante rete di “Local” interconnessi che formano il “Global”? Si potrebbe parlare di “Glocal”: il locale che diviene globale, direttamente, senza bisogno di tramiti, senza bisogno di gerarchie, senza bisogno di sussidiarietà.
50 anni fa una prospettiva del genere non sarebbe stato possibile nemmeno pensarla. Oggi invece, sfruttando a pieno gli strumenti che la tecnologia ci offre, potremmo avere, anzi che pesanti e complesse organizzazioni multilivello – comune, provincia, regione, stato, UE, Governo Globale – , una rete dinamica di comuni in costante ed estemporanea comunicazione tra loro. Ogni comune deciderebbe per i problemi che concernono il proprio territorio, tutto sarebbe decentralizzato e leggero.Grazie alla connessione veloce e continua dei soggetti locali, sarebbero possibili un’efficace scambio di informazioni, una vera diffusione di buone pratiche, un’infinità di collaborazioni. Si troverebbe la chiave per rendere le tanto temute differenze linguistiche e culturali degli stati membri un valore aggiunto anzi che un ostacolo e sarebbe possibile indire una rete di vigilanza in cui ognuno sarebbe in grado di controllare chiunque in qualsiasi momento. Nascerebbe un’enorme database in formato wiki per lo scambio di soluzioni ai problemi e la rete di comuni diverrebbe metafora di un unico grande cervello. E’ ovvio che rispetto al nostro attuale sistema politico, questa visione presupporrebbe una forma di governo più vicina alla democrazia diretta o ancora meglio alla web-democracy, in cuiogni cittadino conta uno ed è perennemente connesso con tutti gli altri attraverso la rete, luogo in cui partecipare alle decisioni comuni senza più esser schiavi dello strumento della delega.
Tutto questo quindi, potrebbe sembrare molto lontano dell’esser realizzato, tuttavia, se si pensa al cambiamento non come una svolta brusca e repentina ma come un lento e progressivo eterno movimento, ci si accorge che non solo non è così assurdo, ma che tale processo evolutivo verso l’intelligenza collettiva globale e la gestione del pianeta come una gigantesca rete neurale è già cominciato e noi ne siamo al centro esatto.

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