Carcere e Riabilitazione

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Una tendenza diffusa nei paesi a democrazia controllata, è quella di sfruttare i media per omettere alcuni aspetti della realtà ed evidenziarne altri. Questo meccanismo porta a formare nella massa un opinione falsata e superficiale riguardo a molti aspetti della società. Non sono esenti dalla regola quelli che di essa sono i mattoni, ovvero le istituzioni. In questo articolo proveremo ad osservare una tra le istituzioni più antiche ma allo stesso tempo più opache della società attuale e passata: Il carcere.

La massa conosce il carcere, sa cos’è e a grandi linee immagina come funziona. Quando sente che un malvivente viene acciuffato dalle forze dell’ordine e incarcerato, esulta, si sente al sicuro, è appagata. Considera il detenuto come un “diverso”, un alieno, un pazzo, una persona malvagia: Se è dentro vuol dire che se l’è meritato! E considera il carcere come un male necessario, l’unica soluzione possibile. Questo tuttavia risulta essere un punto di vista parziale, che tiene conto solo dell’emotività e lascia spazio a troppe improduttive euristiche di giudizio. Se si osserva da vicino, il carcere, pare lontano dall’essere un mondo autonomo e funzionale. Oggi il carcere è un complesso sistema ai limiti della legalità e del rispetto dei diritti umani. E’ un sistema che sembra nato già in crisi, un enorme fraintendimento e risulta essere tutt’altro che efficace nella sua funzione di riabilitare psicologicamente i detenuti e reinserirli nella società

Come fare? Il primo passo da compiere per vedere il carcere come un “errore” è di sicuro quello di partire dall’assunto che i suoi “ospiti” sono persone e pensano, sentono e si comportano esattamente in linea con la natura umana, sempre in equilibrio tra geni e contesto sociale. Un detenuto ha la stessa forma e lo stesso contenuto di un poliziotto, è un uomo, che, in preda ad emozioni negative, ha compiuto un atto deviante. Potenzialmente chiunque è un deviante, un antisociale, un detenuto. Chiunque può essere spinto da cause esterne o interne a commettere illeciti o delitti. C’è davvero una differenza materiale tra un carcerato e me? Cosa penserei se ad esser carcerato fossi io? Accetterei di stare per anni o decenni senza libertà, senza attività di alcun tipo da poter svolgere, senza alcuna prospettiva per il futuro una volta uscito e senza alcun incentivo a migliorare me stesso? Lo troverei utile alla risoluzione del mio problema? Ecco che il punto di vista comincia a cambiare e si apre la strada per cercare soluzioni che siano realmente alternative.

Partiamo da un assunto che dovrebbe essere comune: una persona che ha commesso un reato va di sicuro messa in condizioni di non ricadere in tale comportamento e di non nuocere a se stessa e agli altri. Una struttura dove si possa quindi trattenere un individuo deviante considerato pericoloso, negandogli per un periodo limitato la possibilità di uscire potrebbe risultare necessaria. A questo punto, all’interno di tale struttura il nostro sistema prevede approssimativamente tre forme di “riabilitazione”: La cella, l’isolamento e la pena di morte. Qui c’è il primo stop: Ma il carcere non dovrebbe avere la funzione di riabilitare? Secondo quali teorie sociologiche o psicologiche la coercizione, la limitazione della libertà, l’isolamento, la violenza, la tortura o addirittura l’eliminazione fisica sono funzionali alla riabilitazione di una persona che ha commesso un reato e al suo inserimento sereno all’interno delle file della società? Anche solo una di queste forme di punizione porterebbe una qualsiasi persona considerata socialmente allineata e psicologicamente sana a provare angoscia, paura, tristezza, frustrazione, rabbia. Un detenuto è una persona particolarmente debole, estremamente fragile nel suo equilibrio psicologico, il carcere così come è pensato è davvero il metodo migliore per aiutarlo ad uscire dalla sua situazione in maniera efficace e definitiva? Io ritengo di no. Criticare un sistema però non basta. Dunque, se questo sistema non va, come si può fare per cambiarlo? Che sistema migliore potrebbe sostituirlo?

Le possibilità sono molteplici, ad esempio, al posto di una struttura statica di cemento terrore e odio, si potrebbe creare un progetto dinamico, che permetta al suo interno di creare un reale percorso di riabilitazione e reinserimento all’interno della società che sia il più possibile a misura d’uomo, fatto di sedute di psicoterapia ad intervalli regolari e progressivi, attività di recupero, attività creative e ricreative, momenti di confronto e riflessione di gruppo, educazione e formazione, visite che permettano di stare realmente coi propri cari quando se ne ha bisogno. E’ necessario dare la possibilità a chi entra in una tale struttura di trovarsi davanti alle cause che lo hanno spinto a compiere l’atto criminale, comprenderle, accettarle e superarle. Solo così si va alla radice del problema, curando anche il sintomo (oggi facciamo solo finta di curare il sintomo). Si potrebbero impiegare 3 ore della giornata dei partecipanti al progetto per attività produttive che potrebbero aiutare lo stato stesso. Le persone in “riabilitazione” potrebbero svolgere lavori manuali o via web, a titolo gratuito, per le amministrazioni locali, per i ministeri, o per qualsiasi ente pubblico, così da poter dare il loro contributo alla società anche durante il loro percorso di “reintegrazione” e mantenersi attivi in ambito professionale. Bisognerebbe eliminare ogni forma di violenza e coercizione e creare un ambiente sereno, accogliente, volto alla presa di coscienza e alla possibile accettazione dei propri errori e delle proprie difficoltà. Una volta fuori poi, i “reinserendi” non andrebbero lasciati soli come avviene ora e bollati come ex-detenuti, ma al contrario incentivati e, come tutte le persone deboli che hanno subito traumi e si riaffacciano alla vita sociale, seguiti, aiutati, incitati ed accompagnati con i giusti tempi in un ulteriore e ancor più difficile percorso di reinserimento che sia orientato alla positività ed alla costruttività.

Non dimentichiamo che ogni persona che viene messa in carcere rappresenta il fallimento dello stato, non il suo successo. Riflettere su questi temi andando oltre le forme d’analisi che propongono i media è importante!Mettiamo sempre in discussione quello che vediamo, non diamo per scontato il fatto di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Il cambiamento non parte dalla legge, ma dal punto di vista di chi la guarda.

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