Decrescita Non Vuol Dire Tornare al Medioevo

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Uno dei fraintendimenti più diffusi al giorno d’oggi quando si parla di decrescita è quello di pensare ad essa come qualcosa di negativo e spiacevole: “Se parli di decrescita perché usi il cellulare?”, “Poi che devo mettermi a fare, il contadino?”, “E la gente come fa a lavorare se le aziende non producono?”

La decrescita sembra essere conosciuta dalla massa come qualcosa che porta alla perdita delle comodità del mondo contemporaneo e ad un’involuzione dell’uomo verso una società rurale, povera e a-tecnologica. Ma non è così. Questa infatti non ha a che fare con uno stile di vita più sobrio o con una rinuncia alle cose, non è un modello che vuole togliere all’uomo servizi e benessere, o che vuole peggiorare le sue condizioni di vita, la decrescita ha proprio lo scopo inverso:“[Il modello della decrescita] vede la necessità di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita e dell’accumulazione illimitata [e punta al] miglioramento delle condizioni di vita [dell’uomo] […] ottenuto non con l’aumento del consumo di merci ma con il miglioramento dei rapporti sociali, dei servizi collettivi, della qualità ambientale. (Wikipedia)

La decrescita ha a che fare con la riduzione del consumo “inutile”, la redistribuzione delle risorse, la sostenibilità, l’ecologia ed il miglioramento delle strutture sociali e politiche. L’investimento nell’innovazione tecnologica, ad esempio, è uno dei suoi capisaldi. La tecnologia messa al servizio dell’uomo, anzi che a servizio del profitto, potrebbe aiutarci a ridurre gli sprechi e a gestire meglio le risorse della terra che “non sono scarse ma solo mal distribuite”, a velocizzare la formazione dell’intelligenza collettiva attraverso la rete e a liberarci dalla schiavitù dei lavori non graditi attraverso l’automazione totale dei mestieri manuali.

Il modello economico attuale ha dimostrato chiaramente il suo fallimento e la sua insostenibilità: Sfruttare la terra come se le sue risorse fossero illimitate e spingersi verso la rincorsa di una crescita infinita è un ragionamento irrazionale, tanto quanto quello di costruire un parco acquatico, quando si ha a disposizione una sola bottiglia d’acqua.

Le aziende per generare profitto continuano a produrre in eccesso, sfruttando i propri dipendenti e sprecando risorse non rinnovabili, ed attraverso i media spingono i cittadini a comprare ciò che è superfluo, a trovare piacere effimero nell’accumulazione e nell’atto di consumare senza curarsi delle conseguenze. Viviamo in un mondo in cui la parola “bene” viene scambiata con la parola merce e in cui l’unico indicatore del benessere di una società è il PIL, che tiene conto solo dei fattori economici e finanziari  e non di quelli sociali, sanitari e culturali (un incidente d’auto ad esempio fa aumentare il PIL perché muove l’economia).

Invertiamo la rotta (De-crescita), abbandoniamo questo modello obsoleto e distruttivo e cominciamo ad agire per primi in maniera nuova. Gli strumenti già li abbiamo: riduzione dei consumi o consumo intelligente, attenzione e rispetto verso l’ambiente e gli animali, attenzione e rispetto verso le altre persone, localizzazione della politica e attuazione della democrazia diretta, localizzazione dell’economia, risparmio energetico e sopratutto partecipazione attiva, investendo il proprio tempo e le proprie risorse nelle attività che possono migliorare la società, anzi che solo il singolo individuo (volontariato, onlus, associazionismo, partecipazione politica attraverso movimenti che nascono dal basso).

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