Cosa Manca a questo Momento Gianpaolo? (In Profonda Meditazione)

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Dopo alcuni giorni che non lo facevo, oggi sono andato a meditare. Sto chiudendo la tesi e ho dedicato ad essa e ad alcuni amici che non vedevo da tanto tutti insieme la mia ultima settimana.

Avevo dello stress accumulato così ho deciso di andare al lago artificiale che c’è ad Alviano, un paesino in Umbria a 5 minuti da casa mia.

Decido di salire fino in cima alla collinetta del lago, dove c’è l’entrata della diga e prendo la strada che costeggia l’acqua, voglio vedere dove finisce.

Cammino, assalito dai pensieri, la strada è tutta identica, molto lunga, costeggia il lago, sembra di essere sempre nello stesso punto.

Dopo poco mi accorgo che sto camminando velocemente, non mi sto godendo nulla, sono pensieroso, in tensione. La mia attenzione è verso i pensieri che faccio, non sono presente, il mio corpo deambula su una strada ma io sono altrove, su un pianeta differente. La camminata prosegue, è una litania, un tapis roulant.

Cerco di rilassarmi, mi accorgo che sto guardando in basso, in terra. Penso, saranno venti minuti che cammino, cammino ancora, sono impaziente provo a meditare. Dopo qualche minuto sono più aperto, sento che posso osservare meglio. Rifletto sulla mia vita, io sono uno di quelli che sostiene che gli manca qualcosa per essere felice. Mi sento di essere sulla buona strada ma non sono arrivato. Mi chiedo:
 “Cosa manca a questo momento Gianpaolo?”

Senza pensarci alzo lo sguardo, la strada è identica a prima e io sto continuando a camminare in attesa che arrivi un punto perfetto, un punto della strada in cui starò bene, che cambierà il mio stato, dall’esterno.

“La strada dove sono ora è la metafora della mia vita” mi dico. Una strada infinita, tutta uguale, che io percorro, senza mai fermarmi a guardare, senza mai alzare la testa, in attesa che arrivi qualcosa, chissà che cosa, da chissà dove e chissà da chi, e poi muoio e la strada rimane li, infinita, sempre identica, come un binario di un treno in un ambiente virtuale “Voglio fermarmi, nella strada e nella vita”.

Mi fermo, sento un brivido, qualcosa è cambiato dentro di me. Sono immobile, saldo su due gambe di fronte alla strada, vedo più chiaramente, sono in un luogo di me più profondo. Medito.

Una sensazione di leggerezza e serenità mi pervade per alcuni secondi. E’ una goduria anche fisica. Sto fermo immobile per qualche minuto a meditare, poi sento le gambe pesanti e mi siedo. Tornano i pensieri.

La maggior parte di quelli che arrivano sono legati al mio voler subito scrivere quello che è successo, questa piccola presa di coscienza, volerla subito ricordare, scrivere e condividere: “Vivo perché così posso documentarlo, scriverlo, fotografarlo”.
Ricordo il mio maestro quando, vedendo che ero bloccato nel parlare di me, di quello che davvero mi premeva, disse: “Noi non siamo qui per registrare una lezione e poi trascriverla così poi la leggiamo domani e ci pensiamo; siamo qui adesso”.

Guardo dietro a quei pensieri. Trovo la necessità di avere una identità, una specialità, un passato da ricordare che poi metto avanti quando mi chiedono “chi sei?” e io non lo so, la necessità di avere un futuro già deciso, scritto, qualcosa di familiare, che mi faccia sentire a casa.

A noi il futuro non piace perchè è ignoto, ci piace perché è noto, prevedibile. Sento che quei pensieri che faccio, quelli di prima, quelli legati allo scrivere e ricordare quallo che c’è adesso per poi condividerlo e rileggerlo in futuro, mi allontanano dalla felicità. Li sto facendo io, volontariamente, mi sono scoperto. L’ultima volta che ho sentito questa sensazione, che sono stato in questo posto della mente, che ho messo l’Ego con le spalle al muro, ero con il mio maestro e grazie a lui ho raggiunto uno stato molto profondo, una piccola illuminazione. Voglio rimettere tutto in dubbio, provare ad uscire dall’intoppo, voglio fare una cosa nuova. Gianpaolo sei pronto a trovarti su un pianeta di cui non sai nulla che non conosci nella totale novità?
Ricordo che la via fu quella dell’onestà, così sono onesto con me stesso:

“E che significa? Mi volete togliere il fatto che scrivo i resoconti di quello che accade? Mi volete togliere chi sono? Mi volete togliere quel piccolo brivido di piacere che ho quando penso al futuro di quando scriverò quello che sto facendo adesso così altri lo leggeranno? Mi volete togliere il passato e il futuro?”

Ho paura, piango, non voglio che nessuno mi tolga il passato e il futuro, non voglio l’ignoto mi fa paura.

Sono in uno stato più profondo di prima, sto meditando, ho maggiore facilità nel non soffermarmi sui pensieri negativi della paura e della sofferenza, sono venute fuori come emozioni ma non gli do troppo valore, questa stessa consapevolezza mi rende sereno e mantiene lo stato di calma meditativa. Realizzo di aver avuto un’altra presa di coscienza: ho paura di qualcosa che non conosco, ho paura proprio di quel presente di cui sento tessere le lodi da molti personaggi che stimo e seguo. Rido. E’ tutto diverso quando sei tu in prima linea e non lo leggi sui libri. Ho paura, ma ora lo so, posso lavorarci, mi hanno insegnato che se verso le paure punti una luce, queste svaniscono.

Ho paura non voglio lasciare il passato e il futuro e vivere nel presente. Ma allora come posso lamentarmi? Dire “soffro” significa lamentarsi del fatto che non mi piace e non voglio vivere nel passato, dire ho “paura” significa lamentarsi del fatto che non mi piace e non voglio vivere nel futuro. Lamentarsi in continuazione per una condizione non gradita e dire allo stesso tempo: “voglio che rimanga così e guai a chi me la tocca” non è logico. Una delle due azioni è falsa.

Una zanzara gigante mi pizzica. Sento fastidio.

Mi guardo da fuori, sono seduto immobile da minuti in mezzo ad una strada a fissare gli alberi. Che direbbe la gente di me se mi vedesse? Non è così che si viene tacciati per matti? Non ho un lavoro e non voglio averlo, non ho una compagna e non voglio averla, dico sempre più spesso la verità, vedo sempre di più cosa c’è dietro a quello che fanno e dicono le persone, quando mi parlano, quando sono in gruppo, come se vedessi di più la loro struttura. Vedo tutta la paura che la società, l’ego, ha di chi esce da qualsiasi schema, da chi con un gesto, una parola, può far crollare il velo d’illusione tenuto in piedi con grande sforzo per non mostrare la realtà. Vedo la mia di paura, quella del mio ego. Follia è il nome che un giorno, in passato, 1000 anni fa, ho dato alla sincerità, alla sensibilità e l’ho chiusa a chiave nella speranza che non potesse uscire mai. Ora voglio cambiare.

Mi rimetto a meditare. Ho preso coscienza che ho paura del presente e ho paura di fare una cosa mia, nuova, senza seguire lo sciame. Ho paura come tutti, ma ora vedo la mia paura.

Adesso voglio fare una cosa nuova! Come si fa una cosa nuova? “Da una fonte vecchia nulla di nuovo può uscire” mi dico. Penso al fatto che il mio percorso di discepolo spirituale con Marco non è un caso: io una fonte nuova la conosco, la seguo, e la ringrazio per quello che regala al mondo e a me.

Mi riavvio, sta per piovere e si è rinfrescato. Sono più consapevole, e rilassato. Prima, all’andata, camminavo velocemente, guardando per terra, pensieroso. Ora sono calmo, lento, condotto quasi dal vento, guardo la meraviglia che ho intorno, una libellula, le montagne riflesse sul lago, mangio una mora, due, tre, vengo rapito da uno stormo di uccelli che davanti al tramonto fa disegni bellissimi. Penso:
“Due ore da solo nella natura a meditare…ansia accumulata in 5 giorni scesa del 90%.” Altro che Xanax!.

Cammino e vedo una nuvola. Sta esplodendo, è bellissima. Mi dice una cosa:
“Non si torna indietro nel percorso di consapevolezza, si va solo avanti.”

Non si puó fare come Cypher su Matrix, non ci si può reinserire nel sistema una volta che si è visto anche solo un pezzetto di realtà. Puoi “fare” tutto, ma sai già che certe cose, non solo non sono la soluzione, ma ti allontanano da essa. La tua consapevolezza determina il valore di ciò che vedi.

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