Ama la Tua Assenza

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Oggi sono stato a Collescille, un paesino di 12 abitanti all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Mi ha portato Giulia, un’amica molto cara a cui va la mia riconoscenza per avermi mostrato un posto così meraviglioso.
Questo piccolo racconto narra di un episodio accadutomi proprio li, che fa parte del mio cuore e del mio percorso spirituale.
Di prima mattina, dopo la colazione, ci siamo diretti all’Eremo che si trova in cima al paese. Completamente immerso nella natura e arroccato sulla valle, l’edificio in pietra molto antica si inizia ad intravedere già da poco più di metà strada.

Io non ero entusiasta all’inizio. L’idea di vedere un posto così mistico e solitario mi stuzzicava molto ma allo stesso tempo ero disturbato dall’idea di dover parlare a lungo con l’eremita e togliere tempo a potenziali immersioni nella natura. Sono felice d’esser stato smentito.

Appena imboccata la stradina molto stretta e in discesa che costeggia la vallata e porta sino all’eremo, il paesaggio mozzafiato e la pace assordante iniziano già a fare effetto. I colori sono molto vivaci ed il camminatoio è così sottile che se ti rivolgi verso il vuoto ti sembra di stare volando.

Arriviamo sul posto e una scritta incisa su un quadro di legno affisso da un lato della costruzione mi rassicura: “Silenzio”. C’è un ospite nell’Eremo. Un signore di Bergamo, ex-commercialista, che ha lasciato tutto (lavoro, famiglia, casa) e ha deciso di intraprendere un percorso di ricerca di se stesso. Mentre tutti parlano e aspettiamo il caffè dell’eremita, un simpatico omino polacco vestito con un saio da monaco cristiano, io chiudo gli occhi e medito qualche minuto. Sento preoccupazione, qualsiasi cosa diventa fonte del mio stato di inquietudine. Anche il caffè: “A me il caffè fa venire il mal di stomaco, non voglio prenderlo, ma non voglio essere scortese” sono in conflitto. Dopo pochi minuti mi rilasso e scelgo: Berrò il caffè.

Il caffè, il cui gusto usualmente a me non piace, è buonissimo. C’è dentro la mia scelta di non ascoltare le mie paure. Mentre sorseggio la bevanda di colore scurissimo, guardo le pietre che compongono il casolare e penso: quest’uomo da solo l’ha rimesso a nuovo, e io che fino a qualche attimo fa temevo persino di non essere in grado di montare adeguatamente una tenda da campeggio, che messaggio potente che mi sta dando. E’ un messaggio di coraggio e forza. L’uomo può fare tutto ciò che vuole, non ha ostacoli all’infuori della sua mente.

Finito il caffè entriamo dentro e il gentile signore ci mostra la sua dimora. E’ molto bella e accogliente, rustica certo ma intima e piacevole. Al suo interno c’è anche una piccola chiesetta, una cappella dove lui prega e medita. Invita me e la mia amica Giulia a dire una preghiera. Io sento un filo di resistenza che si scioglie però immediatamente dopo un respiro e accetto l’invito, che chiaramente vedo essere un atto di condivisione e di affetto. Fino a pochi anni fa non l’avrei mai fatto, ero contrario all’idea che esistesse una religiosità, una spiritualità, ero contrario all’idea che esistesse un Dio. Avevo un Dio severissimo: la “Ragione”.

Ascolto così con attenzione ed anche la preghiera si rivela un altro momento magicamente inaspettato. Il testo scelto dall’eremita è a suo dire inusuale, a me compiace moltissimo e ci vedo all’interno le parole del mio maestro e dei maestri passati e presenti: L’ Inno all’amore tratto dalla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi:

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
ma non avessi l’amore,
sono come un bronzo che risuona
o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi l’amore,
non sarei nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze
e dessi il mio corpo per esser bruciato,
ma non avessi l’amore,
niente mi gioverebbe.
L’amore è paziente,
è benigno l’amore;
non è invidioso l’amore,
non si vanta,
non si gonfia,
non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia,
ma si compiace della verità.
Tutto copre,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta.
L’amore non avrà mai fine”.

Dopo la preghiera l’uomo ci mostra le grotte accanto alla sua abitazione dove un tempo vivevano i primi eremiti venuti in quel luogo dalla Syria.

Li ci invita a meditare. Accogliamo il consiglio. Il posto è stupendo, in pochi secondi sento già di essere più leggero e uno stato più profondo si cala su di me. Dopo i primi minuti di meditazione in cui mi metto in ascolto di quello che accade fuori e dentro il mio corpo, noto l’incominciare di un’attività nuova, che in realtà viene quasi da sé, senza che io abbia deciso nulla: mi metto a meditare osservando “cosa non sono”.

“Osservo l’albero, non sn l’albero.
Osservo il mio respiro, non sono il mio respiro.
Osservo il mio pensiero di attesa che accada qualcosa, non sono il mio pensiero di attesa.
Osservo la mia tensione che si riflette sul corpo, non sono la mia tensione e non sono il corpo.”

La mia mente è più pulita e ci sono meno pensieri ma sento una radice di ansia. Chiedo quel è la domanda giusta cercando la voce di Dio dentro di me, la voce del mio vero io, dell’intelligenza, quella voce che anche il mio maestro insegna ad ascoltare.

“Dov’è la tua ansia?”

Osservo la domanda, osservo l’ansia, non sono l’ansia. Scompare anche lei.

Chiedo ancora. “Qual è la domanda giusta?”

Risposta:

“la domanda giusta è assente
Il sentiero giusto è assente
Il pensiero giusto è assente
La postura giusta è assente
Il respiro giusto è assente
Tu sei assente
Ama tutto quello che non sei
Ama la tua assenza”

Sento un brivido fortissimo, che parte dallo stomaco e arriva dietro la nuca, unire la mia pancia alla mia testa, come un fulmine che passa e rilassa e allo stesso tempo riattiva tutto, come un riavvio del sistema che mantiene coscienza di se stesso. E’ un brivido familiare e piacevole, mi sento leggero, è bello, sto bene, sorrido. E’ una goduria. Mi concentro sulle sensazione fisiche piacevoli che provo e sento che questo mi allontana dallo stato precedente, sento come qualcosa che mi tira in superficie.

Una voce mi dice:
“puoi entrare ed uscire quando vuoi”

Accidenti penso, l’entrata e l’uscita da questa cosa sono volontarie, tutto rimane sempre li come l’ho lasciato, come se io fossi il padrone di casa. Sento paura. Che fardello dovrei portare? Una libertà così grande, un potere e una responsabilità così magnificenti. E dovrei essere io a portarli, con tutte le mie imperfezioni, bugie, segreti e meschinità?

No, aspetta un attimo, ho paura, mi viene da piangere. Faccio un respiro. Apro gli occhi, esco dalla meditazione. Faccio un altro respiro e guardo le foglie davanti a me. “Che potenza”, penso.

Oggi ho capito che ho paura della libertà. Si va avanti.

Collescille, 18 Settembre 2014

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