Esercizio di Meditazione

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Ieri abbiamo fatto un esercizio di meditazione. Marco ci ha portati all’entrata di un bosco vicino al nostro centro, e ci ha invitati al silenzio:

M. “Prendetela come un gioco, rimanete in meditazione e ascoltate le mie parole senza interpretarle, è un esercizio”

Prima di iniziare ci sintonizziamo tutti sulla domanda: “C’è qualcosa in me oltre alle mie intenzioni? C’è qualcosa dentro di me, che contiene il me?”. La domanda è un richiamo al nostro vero sé. Se c’è un filo che collega me all’essenza pura di Dio, io voglio trovarlo, voglio vederlo. Sono molto emozionato per questo esercizio, sento che porterà qualcosa di inaspettato, accetto l’invito.

Iniziamo. Siamo dentro al bosco. Tutto comincia con una corsa, non veloce, un passo sostenuto in salita. “A cosa servirà?” è il primo pensiero che affiora. A cosa servirà non lo so, oggi meditiamo, osserviamo il mio pensiero, le mie intenzioni, ci affidiamo…che corsa sia.

Corro, coi miei compagni e sollecitato da Marco metto l’attenzione su tutto ciò che sento e percepisco, ogni foglia che schiaccio, il paesaggio che cambia, il cagnolino che dall’entrata ha deciso di partecipare con noi all’esercizio, il mio battito del cuore, i pensieri che affiorano. Cerco di avere tutto nella mia attenzione.

Ci fermiamo per una prima tappa, uno spiazzo di prato, meditiamo insieme. Non appena chiudo gli occhi mi sento come abbandonarmi dentro qualcosa che mi contiene, mi rapisce. “C’è qualcosa di più grande di me, in me? C’è qualcosa che mi contiene?” Appena inizia questa sensazione subito si cambia attività, si continua il viaggio, stavolta camminando e poi di nuovo correndo e saltando giù per un percorso di trampolini di legno fatto apposta per le biciclette da cross.

Ogni attività viene sempre interrotta all’improvviso per un’altra, ogni momento di stasi viene interrotto all’improvviso per un altro momento di movimento, e vice versa, siamo in fila indiana adesso, attaccati e camminiamo mettendo i piedi dentro allo spazio formatosi nella camminata della persona davanti a noi. Sembra di vivere un videogioco in soggettiva, c’è sempre meno spazio per i pensieri.

La mia mente è diversa, sono più lucido, Marco non ci fornisce appigli, né per il piacere di una meditazione che rilassa il cuore né per il fastidio della fatica di una corsa in salita, non ci sono punti fermi in questo esercizio, tutto è precario e tutto è sempre caricato al massimo per poi non esplodere mai, è come un orgasmo trattenuto all’infinito.

Arrivati in cima alla collina ci sediamo per qualche istante, torna sempre la stessa domanda. “C’è qualcosa di più grande di me, in me?” Guardiamo il paesaggio, c’è un po di nebbia e il sole, è bellissimo. Penso che vorrei rimanere qui.

M. “Io vedo solo passato e intenzioni future, l’esercizio è fallito, torniamo a casa”

Questa frase mi entra dentro come un proiettile, sento che non è così, che è una provocazione, ma in più sento qualcosa di nuovo, che posso accettare il fallimento: non mi sono fuso del tutto? La risposta non è “No” ma è “Non lo so”. Io non lo so se mi sono fuso, non so se mi devo fondere, non so cosa mi accade dentro, noi non lo sappiamo, tutto ciò che crediamo accadere è una interpretazione falsa di un ombra su un muro davanti a noi. Ma chi muove l’ombra? Che significato ha? Io non lo so. Mi sento sempre più leggero, come affidato a qualcosa di più grande. Ci rimuoviamo, torniamo indietro, la meditazione continua.

Arriviamo allo spiazzo d’erba della prima tappa e Marco ci invita fermarci per qualche secondo, a chiudere gli occhi e po a riprendere la camminata. Prima di ripartire però apre un varco in una nuova strada. Era chiusa prima, aveva una rete con una porta fatta di staccionata e filo spinato. La apre ed entriamo, c’è nell’aria un po’ di paura, timore di star violando un luogo inviolabile, sia fisicamente, con l’idea che sia una proprietà privata, che spiritualmente con la sensazione di entrare nella parte più profonda di noi.

Camminiamo, ci fermiamo, osserviamo le mucche, meditiamo, nel bosco, ricamminiamo…ora siamo di nuovo in fila indiana e Marco ci dice di porre l’attenzione totalmente sul terreno fangoso sotto di noi. Guardo i piedi che camminano nel fango, sembra che camminino da soli, che l’energia del movimento che dirige tutto il gruppo è un’energia che viene da un’unica fonte, non da me. Sento che sta per succedere qualcosa.

M. ”Non guardate il cielo, restate con l’attenzione sulla terra.”

Che immensa voglia di guardare il cielo, lo sento sopra di me, potente e limpido, fa rumore per quanto è presente. Continuo a guardare per terra e ricevo l’invito finale:

M. “Ora correremo ad occhi chiusi, è una vallata sconfinata non potete farvi male, tutti insieme”

Corriamo, ad occhi chiusi, in mezzo al prato, è una sensazione liberatoria, fresca, che lascia spazio ad una curiosità forte riguardo a come finirà questo viaggio. Nessuno ha detto che sta per finire ma lo sanno tutti.

M. “Ora mantenendo gli occhi chiusi sedetevi, gambe incrociate”

Ci guida nella direzione, formiamo una fila, uno accanto all’altro con di fronte il mistero.

M. “Sorridete e aprite gli occhi, l’esercizio è finito.”

Apro gli occhi col sorriso muscolare sul mio viso che si distende subito e diventa involontario. Ci avevate mai pensato? Il broncio è volontario, il sorriso mai, nasce spontaneamente.

Apro gli occhi di fronte all’infinito, c’è il cielo, c’è la collina, ci sono i cavalli, il mulino a vento…”ma io sono a casa!” penso. Rido, di fronte a me c’è il posto che per gli ultimi mesi a fatto da cornice alla mia felicità, alle mie escursioni e meditazioni, alla mia eccitazione, al mio guardarmi dentro. Sono a casa penso, sono a casa.

Non immaginavo che la strada che abbiamo fatto conducesse qui.

M. “Qui siamo a casa, siamo al sicuro, non importa da dove siamo giunti, da una strada conosciuta o una strada sconosciuta, la nostra casa è questa qui. L’illuminazione è questo parco e noi ci siamo dentro, siamo sempre a casa.”

E’ davvero emozionante quello che vedo, è come essere sempre stato qui e allo stesso tempo fiorirci nuovamente. Quale può essere la metafora più efficace di illuminazione dell’illuminazione stessa? Tutto l’esercizio è stato una metafora, una metafora della mente, della sua partenza nel ricercare qualcosa che la faccia fondere nell’infinito, una metafora della sua confusione, della sua frenesia, del suo mentire, del suo non capirci nulla per poi ritrovarsi a casa e avere la certezza di esserci sempre stata.

“C’è qualcosa di più grande di me in me? C’è qualcosa in me che mi contiene? Dov’è la mia casa?”

Che mistero che è la vita, non c’è niente che si possa fare per tornare a casa.

La casa è già qui, dentro di noi.

Una giornata meravigliosa.

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