Tu Sei l’Inizio e la Fine dei Problemi

DI GIANPAOLO MARCUCCI

Il problema della nostra società può essere osservato da due punti di vista:

Dal primo, vediamo un responsabile del declino del mondo, un essere meschino ed egoista al potere, ai vertici di tutto, che pensando solo a se stesso agisce a discapito degli altri. Un potente manipolatore che per garantire la sua supremazia crea intorno a se un mondo di paura, desiderio inappagabile, isolamento, confusione, frustrazione.
Dall’altro punto di vista… questo essere sei tu. Sei tu quando ti arrabbi con qualcuno, sei tu quando hai paura, quando soffri e dai la colpa. Sei tu quando cerchi di passare avanti agli altri, di usarli per i tuoi scopi come oggetti. Sei tu quando dici: tu sei sbagliato, io giusto. Sei tu quando ami solo a “certe condizioni”, sei tu quando cerchi i responsabili all’esterno di te per sentirti privo di responsabilità.
Possiamo anche continuare a cercare fuori da noi qualcosa che si trova dentro…lo stiamo già facendo, ma almeno facciamolo consapevolmente, magari poi va a finire che se lo guardiamo bene, ne comprendiamo l’assurdità, chi lo sa…forse smettiamo e iniziamo a occuparci del mondo.

Il problema della nostra società può essere osservato da due punti di vista, che poi sono lo stesso, l’unico che abbiamo.

Articolo di Proprietà di Ecco Cosa Vedo

Obiettivo Primario: Screditare i Movimenti

DI GIANPAOLO MARCUCCIConferenza Stampa rinvio di Juventus - Parma 29 - 03 - 2008<br />V2 Day di Beppe Grillo a Torino 25 Aprile 2008

Un leader scaltro che possiede i media, deve fare di tutto al fine di screditare i movimenti politici che partono dai cittadini. In un sistema in cui la massa è controllata dall’alto, non è auspicabile lasciare spazio a gruppi organizzati di individui che portano avanti contenuti che potrebbero minare alla base del mantenimento dello status quo della casta. Il potere economico e politico deve rimanere nelle mani delle stesse persone, mentre il popolo deve credere che esista una “scelta” elettorale libera e che il leader di una coalizione sia diverso da quello dell’altra.

Se un movimento nuovo e propositivo, che parte dalla rete e che è composto da persone comuni, riesce, per i suoi risultati positivi, a divenire una vera e propria forza politica che non si può più ignorare, il potere deve correre ai rimedi e sfruttare tutti i mezzi in suo possesso per annientarlo il prima possibile. La tecnica utilizzata è sempre la stessa: distogliere l’attenzione della massa dal programma del movimento e concentrarsi sul creare un’immagine negativa delle persone che lo compongono.

Si raccolgono così tutte le informazioni possibili riguardo agli esponenti di tale gruppo e si va alla ricerca di qualsiasi elemento buono per screditarne almeno uno (ancora meglio se di spicco). L’obiettivo è quello di spostare in tutti i modi l’attenzione dai contenuti alla persona, screditando insieme alla sua immagina personale, qualsiasi cosa essa rappresenta, comprese le proposte e i programmi. Accade così che il movimento, grazie ad un ben curato disegno mediatico, va sulla bocca di tutti, ma non per le proposte che fa, buone e innovative, ma perché un suo esponente, il giorno x all’ora x, ha commesso un’azione deplorevole, oppure ha detto un frase impronunciabile, magari tagliata da un discorso, mirato e molto lungo, del quale i contenuti complessivi non si sapranno mai. Si scende al livello del pettegolezzo per coprire le proposte.

Il programma del movimento non va menzionato, nessuno deve conoscerlo, mentre tutti devono poter argomentare, al bar, in ufficio, a casa, a scuola o all’università, le proprie opinioni  e perplessità riguardo a “quell’esponente” del movimento o a quell’evento particolare in cui la televisione ha riportato una fantomatica assenza di un qualche particolare principio democratico. Reagire emotivamente alle provocazioni dei media è molto più facile che proporre costruttivamente, è molto più facile trovare il cavillo e criticarlo sterilmente, rispetto a proporre un’alternativa e rimboccarsi le maniche per realizzarla. I politici devono apparire come tutti uguali, nessuno escluso. Partiti, movimenti, sindacati, associazioni, le differenze devono essere annullate in modo che nessuno possa spiccare per qualità positive. Il meccanismo è quello del “sono tutti uguali, rubano tutti”.

Tutto ciò potrebbe apparire controproducente anche per il leader, tuttavia in un paese dove chi si candida è anche padrone dei canali di comunicazione di massa, questo non accade. Chi possiede i media infatti alla lunga trae vantaggio dal fatto che può contare sul consenso di tutta quella parte della massa che forma le proprie opinioni, in modo particolare, attraverso ciò che vede e sente in televisione. Così, incentivando la rassegnazione e il disinteresse verso la politica, ottiene l’astensione di coloro che vorrebbero esprimere una preferenza critica nei confronti del sistema (gli astenuti, che non esistendo quorum per le elezioni, vengono così esclusi totalmente dal meccanismo elettorale), e un voto superficiale da parte di tutti gli altri. Abbiamo già visto più volte come questo “voto superficiale” andrà proprio a favore di chi possiede i media.

Il vero problema sta nel fatto che noi continuiamo a pensare che andare a votare sia un’azione sufficientemente partecipativa e che basti per garantire l’esistenza della democrazia. Andare a votare non basta, dobbiamo noi impegnarci in prima persona nella proposta di alternative al sistema e  sopratutto nella soluzione dei problemi della società, investendo le nostre risorse e il nostro tempo senza pensare che un giorno arriverà un tecnico, un guru o un salvatore a portarci via dalla crisi. Di certo però andare a votare resta comunque necessario, e quando tra i candidati si presenta una forza innovativa che non segue le logiche dei partiti ed è composta da gente comune, se il suo programma è buono, questa va sostenuta, al fine di avvicinarci sempre di più ad un nuovo modello di politica.

Le elezioni nazionali, grazie alle quali tali movimenti hanno l’opportunità di entrare in parlamento, come un virus benefico, sono un’occasione troppo grande da perdere a causa di dibattiti su cavilli organizzativi o rivalse personali. Abbiamo un’urgenza enorme a cui far fronte. Smettiamo di badare alle persone e concentriamoci sui contenuti. Non siamo ancora alla democrazia diretta, non siamo neanche ancora alla democrazia liquida, le tecniche di gestione miglioreranno, i metodi di elezione anche, ma, per il momento, dobbiamo renderci conto che l’unica vera possibilità che abbiamo è quella di smettere di votare i partiti e cominciare a dare il nostro consenso ai movimenti che partono dal basso. Prima portiamo i movimenti in parlamento e poi potremo occuparci di tutti i cavilli che vogliamo. Facciamo breccia adesso che ne abbiamo l’opportunità, rompiamo lo status quo, altrimenti rischiamo che quando passerà il prossimo treno l’alternativa alla casta non sarà più disponibile. 

Il Bene della Collettività Non può Essere Imposto dall’Alto

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Tutti i modelli politico-economici applicati sinora alla società hanno voluto fare il bene della collettività decidendo autonomamente cosa questo bene fosse e considerandolo successivamente come un assunto immutabile. Due gravi errori possiamo ritrovare in questo ragionamento: Il primo è che la società, come qualsiasi altra cosa in natura, è tutt’altro che immutabile, ergo, nessuna “Bibbia” può guidarla in eterno; il secondo è cheper fare il bene della collettivitànon si può imporre dall’alto un “bene” teorico intuito o ragionato, l’unico modo è chiedere ad essa cos’è bene per lei.
Fino a pochi anni fa era quasi impossibile consultare la collettività su questioni come la politica, l’economia, i media, i bisogni, etc. se non attraverso il sistema del voto e dellademocrazia rappresentativa (che sappiamo oggi essere fallimentare). Oltre al dispendio enorme di risorse che si sarebbero dovute impiegare per un sistema più “diretto”, senza deleghe, mancavano due concetti fondamentali: l’estemporaneità e la trasparenza. Oggi attraverso la rete è realmente possibile chiedere alla collettività cosa vuole: la democrazia diretta è già realtà. Saremmo tuttavia a mio parere troppo ingenui se ci fermassimo alla conclusione che basta chiedere alla popolazione quali sono i suoi bisogni per risolvere tutti problemi del mondo. Cosa accadrebbe infatti se chiedessimo oggi alla collettività che cosa vuole?  

“Collettività, volete più tablet gratis o più scuole che educhino alla creatività?” Secondo voi quale sarebbe la risposta? Questo non è affatto un problema da sottovalutare.Fintanto che la massa è controllata sino nella formazione dei propri bisogni da parte dei media non possiamo interrogarla su cosa realmente vuole per se, perché non lo sa. L’uomo medio, inteso non come l’uomo stupido, ma come l’uomo tipo della società odierna, l’uomo che compone la massa, la maggioranza della popolazione, anche lo studente universitario o il politico, non sa cosa vuole. Dunque, se non si può imporre dall’alto la soluzione ma non ci si può nemmeno affidare alla “volontà popolare” cosa si può fare per cambiare le cose? Un antico proverbio cinese recita a proposito così: Se vuoi progettare un anno, coltiva il riso; se vuoi progettare un decennio, pianta gli alberi; se vuoi progettare un secolo, educa le persone.  Dato per assunto che non si può imporre il bene, se la massa non è sufficientemente consapevole per comprendere cos’è bene per lei, l’unica azione intelligente da compiere è educarla,prenderla per mano ed aiutarla a fare luce affinché diventi in grado di scegliere da sola. L’unica azione intelligente è diffondere consapevolezza, instillare l’amore per la domanda.
Non si sta però qui dicendo che dobbiamo stare fermi ad aspettare mentre qualcuno (un guru, un leader, un salvatore) arriva ed educa il mondo; a farlo devono essere coloro che comprendono questa urgenza. Dobbiamo essere noi ad informare, educare, far prendere coscienza alla popolazione dei problemi della società e durante tale fase di diffusione di consapevolezza, al fine di rendere sempre meno controllato e limitato lo spazio d’azione che abbiamo in ambito di proposta politica, a promuovere metodi che si avvicinino sempre di più alla democrazia diretta, metodi di transizione, come ad esempio la democrazia liquida dove il sistema della delega sopravvive ma viene limitato nel tempo e nello spazio (figurato), divenendo così d’aiuto anziché d’ostacolo alla partecipazione politica. Gli strumenti ci sono tutti, l’energia anche, uniamoci, cooperiamo senza uniformarci e lavoriamo ad una rivoluzione che sia senza bandiere ne stendardi, una rivoluzione che prima di tutto sia sinonimo di evoluzione.
 
L’educazione e la diffusione di consapevolezza sono le chiavi per un’evoluzione etica e democratica della nostra società

Educare alla creatività

DI GIANPAOLO MARCUCCI

L’attuale concetto di educazione prevede un rapporto insegnante/allievo unidirezionale dove l’insegnante in base ad un programma ministeriale deve somministrare nozioni agli allievi che devono impararle e ripeterle. Chi è più bravo in questo meccanismo statico viene premiato con incentivi e rinforzi positivi, chi è meno bravo viene punito. Sin dalla scuola elementare i bambini sono così “forzati ad imparare” cose di cui spesso non gli importa nulla e sono disincentivati a dedicarsi a ciò che gli piacerebbe fare in quanto “non c’è tempo” o “è fuori programma”. Ma siamo proprio sicuri che questa è l’unica strada possibile? Che non ci sia un metodo migliore per educare i nostri figli?

L’essere umano nasce con al suo interno una curiosità ed una voglia di apprendere insaziabile. Basti pensare a quante cose ha già imparato un bambino prima ancora di mettere piede in una scuola. Come sfruttare questa scintilla e renderla una fiamma inestinguibile che porti un individuo a restare sempre curioso e desideroso di imparare, di cambiare, anzi che trasformarlo in un automa sociale appena interessato alla sopravvivenza quotidiana e assuefatto alle regole imposte dai media di massa e dal sistema economico consumistico-capitalistico? Innanzitutto bisogna far sapere a tutti che cambiare le regole del sistema non è un’utopia e che esistono dei metodi educativi alternativi che funzionano e sono attivi già da anni, come quello adottato nelle scuole Montessori, dove i bambini non vengono visti come polli d’allevamento da nutrire con nozioni e concetti ma come individui unici e preziosi da far sbocciare come fiori. Il modello che si segue in queste scuole non prevede l’unidirezionalità dell’educazione ne la standardizzazione dei pensieri. L’apprendimento è strutturato in modo tale da essere personalizzato (ogni allievo è considerato un universo ricco di valore da cui tirare fuori il meglio senza confronti o gare), stimolante, pratico, gioioso e collaborativo (noi oggi basiamo sulla competizione e non sulla collaborazione la nostra educazione e di contro la nostra società). Le classi sono miste in modo da permette ai più grandi di guidare i più piccoli e a questi di vedere nell’insieme il progetto educativo, non ci sono test, compiti o voti, si ascoltano e si favoriscono gli interessi degli allievi e non ci si allinea verso il conformismo ma anzi viene insegnato il pensiero critico e divergente.

Stiamo schiacciando ogni giorno di più la creatività e la voglia di apprendere dei nostri bambini. Cerchiamo con tutti i mezzi a nostra disposizione di spingere i politici e coloro che li votano alla consapevolezza che esistono metodi educativi alternativi al nostro e che insegnare l’indipendenza e la responsabilità non vuol dire per forza indottrinare.

LA DEMOCRAZIA DIRETTA E’ INGESTIBILE

DI GIANPAOLO MARCUCCI

DEMOCRAZIA INGESTIBILE

Ognuno conta uno!” “Potere ai cittadini!” Mai più deleghe!” Tutti questi sono slogan oggi molto diffusi tra i movimenti che in tutto il mondo cercano di diffondere il concetto di democrazia diretta, una forma di governo all’interno della quale, eliminata la figura del rappresentante politico, tutti possiedono la facoltà di proporre direttamente iniziative che tutti hanno poi il diritto di votare.

Il modello pare funzionare e in alcuni paesi, come ad esempio la Germania, la Svezia o l’Islanda, è già utilizzato con successo. Nonostante questo sono in molti ad essere scettici nei confronti di tale modalità di governance, soprattutto in quanto secondo il principio della democrazia diretta, il concetto di delega a cui siamo legati viene messo fortemente in discussione. Mentre infatti basiamo oggi il nostro sistema di rappresentanza politica su una una forma di delega molto forte – io delego te politico a decidere riguardo a tutti i temi importanti della mia vita come la salute, l’educazione, i ritmi di lavoro, etc. per una durata di X anni – la proposta dei sostenitori della democrazia diretta è quella di utilizzare una delega leggera, revocabile e limitata nel tempo e nel suo spazio d’azione. E’ vero infatti che “ognuno conta uno” ma questo non vuol dire che se, ad esempio, un cittadino non ha le competenze in ambito economico debba necessariamente essere chiamato a votare per tutte le questioni riguardanti tale ambito. Se si presenta una situazione del genere questi potrà delegare, solo per le questioni legate all’economia, una qualsiasi persona che conosce e in cui ripone fiducia, con cui può parlare e confrontarsi in qualsiasi momento (non un politico sconosciuto e distante), ad esprimere per lui le preferenze in tale ambito, per un periodo limitato non dalla legge ma dalla propria volontà.

Infatti in questo sistema la delega, come può essere data a chiunque e in qualsiasi momento, in qualsiasi momento può essere tolta, magari perché si sono acquisite le competenze prima mancanti o perché si ha più tempo o semplicemente perché non si è rimasti soddisfatti delle decisioni prese dal delegato. La delega dunque non viene eliminata ma riformulata. La democrazia diretta, vista sotto questo punto di vista, non risulta essere un’enorme e confusionaria assemblea in cui tutti gridano gli uni contro gli altri per difendere e alimentare ognuno il proprio guadagno personale come alcuni temono, bensì appare proprio come un sistema altamente efficiente ed organizzato all’interno del quale ciascun membro, attraverso la rete può esprimere il proprio parere su ogni proposta di legge che lo riguarda (locale, nazionale e sovranazionale) e soprattutto può proporre lui stesso iniziative, leggi o referendum. Un sistema, quindi, tutt’altro che ingestibile che insieme all’evolversi della rete verso l’intelligenza collettiva e il diffondersi della consapevolezza risulta essere pieno di potenziale democratico! E allora informiamoci su cos’è la democrazia diretta e cominciamo a pretenderla usando tutte le armi a nostra disposizione; perché  la partecipazione alla vita politica non è un lusso ma un nostro diritto e un nostro dovere!

Ingrediente di una democrazia diretta e partecipata è una delega consapevole e limitata. Gianpaolo Marcucci

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La Favola di Democrazia

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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C’era una volta una città chiamata Democrazia. All’interno delle sue mura tutti i cittadini avevano l’illusione di poter contare. Siete a Democrazia, la migliore città che esista, il popolo è sovrano e ognuno col proprio voto può partecipare attivamente alla vita politica della città.” Queste parole erano scritte su tutti i muri e in tutte le case.

A Democrazia vivevano due categorie di persone: i governanti e i governati. I governanti erano un gruppo ristretto di uomini che si occupava di gestire la città, i governati erano invece numerosissimi e passavano le loro giornate a lavorare e a distrarsi davanti a bizzarre scatole scintillanti. Una tacita regola da tutti conosciuta e seguita voleva che i governati, troppo impegnati per potersi occupare delle cose di tutti, delegassero i governanti a svolgere le attività di governo. Tale meccanismo rendeva tutti contenti, i governanti che erano molto ricchi e i governati che seppur poveri non dovevano occuparsi delle noiose attività politiche. Sotto tale sistema, per anni Democrazia godette di ottima salute. Mano a mano che il tempo passava, tuttavia, i governanti si accorsero che nessuno chiedeva notizie riguardo al loro operato. Ogni cinque anni infatti i cittadini si limitavano a scegliere chi doveva governarli, senza poi curarsi di cosa essi decidessero di fare. Così riuniti in assemblea, con fare cortese, cominciarono a stipulare degli accordi tra loro e decretarono che i privilegi di cui essi stessi dovevano godere, sarebbero dovuti essere decisamente maggiori rispetto a quelli già previsti; a pagare questo aumento, dovevano naturalmente essere i governati in quanto esenti dall’occuparsi delle decisioni politiche. I Governati dovettero così lavorare di più per poter pagare nuove tasse. In cambio ottennero più ore di luce all’interno delle loro scatole. Ogni anno a Democrazia i privilegi dei governanti aumentavano e insieme ad essi le ore di lavoro dei governati. L’incremento era tuttavia così graduale che nessuno se ne accorse, e tutto sembrò sempre andare per il meglio.

Un bel giorno però, alle porte di Democrazia, bussò un misterioso cavaliere bianco. Nessuno aveva mai visto tale figura in vita sua, poteva essere pericoloso, ma i governanti, troppo impegnati a godere dei privilegi concessisi, non si curarono dell’accaduto e il cavaliere entrò senza difficoltà. All’inizio i cittadini di Democrazia guardavano con sospetto tale individuo. Lo osservavano solo da lontano, ne erano spaventati; in fondo, era un cavaliere misterioso. Ma un pomeriggio, in occasione della più importante festa della città, quando tutti i cittadini erano raccolti nella grande piazza per cantare l’inno a Democrazia,  questi fece il suo ingresso sul palco. Stette fermo per un attimo tra lo stupore della folla, poi scese da cavallo, si voltò verso il pubblico incuriosito e disse: “Cittadini di Democrazia, il mio nome è Rete, sono un cavaliere e sono qui per farvi capire che vi stanno ingannando! Vi dicono che contate, ma in realtà non siete più che polli d’allevamento! I governanti se ne stanno nei loro palazzi ad ingozzarsi mentre voi sgobbate tutto il giorno e l’unica cosa che potete fare è far finta di scegliere ogni 5 anni il vostro Re!

Vi fanno credere che non siete in grado di occuparvi della politicavi tolgono il tempo e la voglia e vi spingono a delegare qualcuno che lo faccia al posto vostro! E chi lo dice che questo qualcuno lo farà onestamente? Che farà i vostri interessi e non solo i suoi? Nessuno, e come se non bastasse, una volta delegato, non potrete nemmeno lamentarvi se le cose non vanno, perché l’avete scelto voi! Se si vuole cambiare qualcosa bisogna guardare al meccanismo, non al singolo ingranaggio. La delega è uno strumento insidioso, tanto comodo quanto dannoso. Per aspirare ad una città che sia più equa e trasparente, che permetta davvero a tutti di dire la propria, di contare, di proporre, bisogna cambiare approccio! Spegnete quelle scatole scintillanti e cominciate ad occuparvi direttamente di quello che accade fuori dalla vostra finestra, in prima persona, perché se non lo fate voi, non lo farà nessun altro. “

Appena il cavaliere finì di parlare i governanti si guardarono tra di loro e consci d’esser stati smascherati, provarono impauriti ad ordinare l’arresto del cavaliere. Ormai però qualcosa era accaduto, negli occhi e nei cuori dei cittadini era scattata una molla da troppo tempo incastrata negli ingranaggi della convenzione. Il cavaliere aveva risvegliato Democrazia! Tutto d’un colpo i governati si resero conto che i governanti erano uomini uguali a loro,  senza niente di più, e che per anni li avevano sfruttati per godere di una vita agiata. Così fecero un cordone umano intorno al cavaliere e lo portarono al sicuro. Subito dopo si riunirono in assemblea, tutti quanti, per la prima volta, e decisero di togliere tutti i privilegi e  tutti i poteri ai governanti. Seguendo Rete, eletto promotore della rivoluzione,decretarono che da quel momento ogni cittadino avrebbe contato come uno, che non ci sarebbero più stati governanti e governati e che ogni forma di delega sarebbe stata bandita.

Abbatterono i muri della città affinché chiunque potesse entrare a farne parte, e costruirono così una nuova città che chiamarono Democrazia Diretta.

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La Terza Guerra Mondiale

DI GIANPAOLO MARCUCCI
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L’euro è morto, è nato morto, si muove, agisce, governa, ma è morto. Ciò a cui di più esso assomiglia è la figura dello zombie che come nella migliore delle tradizioni cammina senza essere vivo. L’euro, come gli zombie, si nutre di cervelli, i cervelli di chi lo tiene in vita, attraverso la formazione di organi sovranazionali che in suo nome distruggono intere nazioni e i cervelli di chi, da sfruttato, continua a credere in esso, perché “non c’è alternativa alla moneta unica“.
L’euro è uno zombie e gli zombie fanno paura; i leader europei sono arrivati a minacciare il mondo di far scoppiare la terza guerra mondiale se stacchiamo la spina al nostro simbolo unificatore e non alimentiamo la sua vitale agonia. Nei film gli zombie sono autonomi, nascono da un’anomalia, un virus, un’epidemia. Nella realtà i nostri zombie sono disegnati, prodotti e tenuti in vita da uomini, uomini incalcolabilmente ricchi, che hanno il potere di decidere delle sorti di miliardi di persone senza che queste possano in alcun modo interferire nei loro piani. Cosa possiamo fare per difenderci dagli zombie? Sparargli dritto al centro della fronte? No, non servirebbe a nulla. I nostri zombie sono a prova di proiettile, perché non sono umani: i nostri zombie sono idee, convinzioni, consuetudini, atteggiamenti. L’unico modo per sconfiggerli è quello di compiere scelte più consapevoli e di partecipare sempre più attivamente alla vita politica del paese. L’informazione è il primo passoi cittadini informati sono più difficili da manipolare e sfruttare; poi viene la presa di coscienza, bisogna capire che tutto ciò che crediamo essere immutabile o immodificabile o semplicemente conseguenza dell’unica via, in realtà può e deve essere messo in discussione.L’euro non è l’unica moneta possibile, come d’altronde il controllo degli stati da parte di banche private non significa per forza il normale corso dell’economia moderna e del capitalismoLa televisione, strumento di controllo le cui redini sono tenute da élite e potentati economici che puntano al dominio delle masse è il grande complice dei nostri zombie. Dunque se vogliamo salvarci dall’invasione dei non-morti, non ci resta altro che chiudere la bocca al loro portavoce. I palinsesti dei media tradizionali sono pianificati in modo da proporre esclusivamente problemi alla cui soluzione noi cittadini non possiamo in alcun modo contribuire. Da “finestra sul mondo”, la Tv è oggi divenuta una “finestra su un muro”  che ci divide dal mondo. Chiudiamo allora quella finestra virtuale e apriamone un’altra, la finestra di casa nostra. Ricominciamo ad occuparci dei problemi del vicinato, del quartiere, della città.
Bisogna acquisire la consapevolezza del fatto che nel momento in cui tutti insieme decideremo di impegnarci per cambiare le cose, il cambiamento sarà già avvenuto. E allora agiamo costruttivamente, abbandoniamo la delega, partecipiamo direttamente e diffondiamo consapevolezza. Facciamolo, tutti insieme, ora, perché se non si risvegliano i vivi, sarà per sempre il tempo degli zombie.

Il Futuro dell’Europa è Glocal

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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E’ da un po’ di tempo che in televisione e sui giornali, si sente parlare di Europa come un uccello che non ha ancora imparato a volare; un enorme dinosauro che intrappolato dal suo peso non riesce a muoversi come vorrebbe. Vero è che i media tendono sempre verso l’estremizzazione dei concetti, tuttavia, al di la delle metafore, bisogna ammettere che  tastando il polso degli italiani, si nota una sorta di perplessità nel pensare al concetto di Europa. Pare proprio ci sia in essa una sorta di impedimento, di difficoltà di fondo che non le permette di divenire solida ed essere percepita come una vera e propria istituzione di riferimento.
Secondo molti analisti, alla base di questa difficoltà – che distanzia l’U.E. da altri organismi simili, come non ultimo quello degli U.S.A. – vi è di sicuro una lampante mancanza di leadership, una mancanza di volontà da parte dei paesi membri di cedere una porzione di sovranità nazionale ad un comune “Governo Sovranazionale Europeo”. Se così fosse, il metodo migliore per far decollare l’Europa sarebbe quello di centralizzare di più: creare un vero governo europeo, con veri margini decisionali, un consiglio dei ministri e un premier unici in grado di decidere autonomamente sulla politica comunitaria e laddove necessario, su alcune questioni che toccano la politica dei singoli stati. Ma siamo sicuri che questa è proprio la soluzione che serve all’Europa? L’uomo, solitamente, in situazioni di crisi, tende ad aggrapparsi ad appigli, reali e non, per poter prontamente uscire dalla condizione invalidante in cui si trova e ripartire dal punto della caduta. In questo modo ritorna al suo precedente equilibrio, e convinto di aver superato le difficoltà, procede oltre in base a quello che è il “percorso del conosciuto”. Tale atteggiamento, per quanto funzionale all’uscita dalla crisi, si limita solo a far fronte ad un “sintomo”, senza intaccare minimamente le cause del problema e dando modo ad esso di riemergere come un gayzer appena un qualsiasi evento esterno smuove l’apparentemente stabile equilibrio raggiunto.
Senza dare nulla per scontato o immutabile, proviamo invece a considerare la crisi come un’opportunità e a vedere, laddove ci fosse, cosa essa vorrebbe comunicarci. Osservando attentamente la situazione europea, pare che emerga un problema ancor più spinoso e opaco della mancanza di leadership sopra menzionata, una questione che tocca aspetti ancor più insidiosi e profondi: la mancanza di una visione chiara e definita di cosa l’Europa sia o dovrebbe essere. L’Unione Europea, pensata come un insieme di Stati nazionali al quale bisognerebbe sovrapporre un unico governo sovranazionale non è forse paragonabile ad una mappa di piramidi sopra la quale vuole esser applicata una piramide “superiore”? La piramide è una forma familiare, antica, che sta alla base della gerarchizzazione della politica e della società da moltissimi anni, tuttavia, in linea con la nuova evoluzione tecnologica e sociale che vede il concetto di rete come centrale,se invece di vedere l’Unione Europea come la solita somma di piramidi, cominciassimo a vederla come una “rete di punti”, anzi che come un enorme solido a tre dimensioni, pieno di livello e sottolivelli, la vedessimo come una dinamica e pulsante rete di “Local” interconnessi che formano il “Global”? Si potrebbe parlare di “Glocal”: il locale che diviene globale, direttamente, senza bisogno di tramiti, senza bisogno di gerarchie, senza bisogno di sussidiarietà.
50 anni fa una prospettiva del genere non sarebbe stato possibile nemmeno pensarla. Oggi invece, sfruttando a pieno gli strumenti che la tecnologia ci offre, potremmo avere, anzi che pesanti e complesse organizzazioni multilivello – comune, provincia, regione, stato, UE, Governo Globale – , una rete dinamica di comuni in costante ed estemporanea comunicazione tra loro. Ogni comune deciderebbe per i problemi che concernono il proprio territorio, tutto sarebbe decentralizzato e leggero.Grazie alla connessione veloce e continua dei soggetti locali, sarebbero possibili un’efficace scambio di informazioni, una vera diffusione di buone pratiche, un’infinità di collaborazioni. Si troverebbe la chiave per rendere le tanto temute differenze linguistiche e culturali degli stati membri un valore aggiunto anzi che un ostacolo e sarebbe possibile indire una rete di vigilanza in cui ognuno sarebbe in grado di controllare chiunque in qualsiasi momento. Nascerebbe un’enorme database in formato wiki per lo scambio di soluzioni ai problemi e la rete di comuni diverrebbe metafora di un unico grande cervello. E’ ovvio che rispetto al nostro attuale sistema politico, questa visione presupporrebbe una forma di governo più vicina alla democrazia diretta o ancora meglio alla web-democracy, in cuiogni cittadino conta uno ed è perennemente connesso con tutti gli altri attraverso la rete, luogo in cui partecipare alle decisioni comuni senza più esser schiavi dello strumento della delega.
Tutto questo quindi, potrebbe sembrare molto lontano dell’esser realizzato, tuttavia, se si pensa al cambiamento non come una svolta brusca e repentina ma come un lento e progressivo eterno movimento, ci si accorge che non solo non è così assurdo, ma che tale processo evolutivo verso l’intelligenza collettiva globale e la gestione del pianeta come una gigantesca rete neurale è già cominciato e noi ne siamo al centro esatto.

Rivoluzione Cercasi

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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In un paese in cui un leader autoritario governa da più di dieci anni, una forte distanza tra il singolo e le istituzioni schiaccia il peso delle proposte dei cittadini,  la disoccupazione giovanile e l’inflazione dei beni alimentari rendono le condizioni economiche vicine alla soglia della miseria, la libertà di espressione è pressoché assente, la corruzione impazza e la popolazione ha un’età media inferiore ai 28 anni, cosa accade? Come abbiamo visto dalle notizie di cronaca internazionale di questi giorni, quando un paese si rispecchia in un’immagine così tetra e precaria, inevitabilmente, scoppia la rivoluzione.

Milioni di persone consapevoli di non aver più nulla da perdere, si coordinano attraverso la rete, scendono in piazza, protestano, muoiono, si scontrano contro la repressione del potere e conquistano come un onda travolgente la cacciata del “dittatore” e il traguardo della democrazia. L’ondata di ottimismo dettata da queste rivoluzioni popolari, oggi in rapida diffusione nei paesi dell’africa settentrionale e del medio oriente, ha portato speranza e stimolo anche nei paesi europei dove, seppur sotto forma di libere democrazie, i cittadini sono controllati dall’alto attraverso i media e il sistema della vita per il lavoro/consumo. Moltissimi giovani, nel nostro come in altri paesi occidentali, si domandano così oggi nuovamente, quel famoso e tanto irresistibile quesito: Perché da noi no? Perché nel nostro paese non scoppia la rivoluzione? La risposta a tale domanda, per quanto possa apparire vaga o irraggiungibile, è, in realtà, davvero di facile comprensione. Oltre alla tecnica, qui già affrontata, della doccia scozzese, sapientemente adottata dai politici al governo nelle democrazie controllate,esistono infatti delle semplice regole che chiunque voglia manipolare le masse e garantirsi una permanenza ai vertici del potere nazionale senza il bisogno di spargere troppo sangue, deve conoscere alla perfezione. Il nostro paese ad esempio, pur possedendo un altissimo tasso di disoccupazione giovanile, un inflazione e una pressione fiscale asfissianti, un’alta corruzione e una libertà di espressione limitata, gode di tre fondamentali caratteristiche che come magicamente, la mettono a riparo da qualsiasi pericolo reale di sommosse popolari o rivoluzioni. L’Italia, crede fermamente a ciò che gli dice la tv, è tenuta a debita – ma non esagerata – distanza dalla soglia di povertà – si può infatti permettere la macchina nuova e il televisore al plasma – e soprattutto ha un’età media di 43 anni! Proprio così, l’Italia è un paese per vecchi, ha da tempo raggiunto il famigerato tasso di crescita 0. Non c’è lavoro, gli stipendi sono bloccati, i prezzi aumentano, e gli italiani, a fare figli, sono tutt’altro che incentivati. Sono i giovani che fanno la rivoluzione e se non ci sono i giovani, al massimo ci si può trovare in piazza solo un esile fantasma-burattino che protesta in perenne ritardo per i provvedimenti già approvati da un parlamento eletto col consenso dei votanti.

Dovremmo  cominciare a pensare che la vera soluzione non sta nella protesta e nella rivolta e comprendere chel’unico modo per riacquistare la dignità di un popolo che dovrebbe governare, anziché esser governato, è smettere di reagire alle provocazione dei media, agire consapevolmente e onestamente e rimboccarsi le maniche per costruire un modello di politica diretta, etica ed ecologica che sostituisca l’attuale e malata democrazia rappresentativa.

 

Articolo su Ecco cosa Vedo

 

La politica comincia da te!

di Gianpaolo Marcucci

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Accade spesso che di fronte alle notizie politiche fornite dai media si finisca col provare rabbia, tristezza,rassegnazione. Alla lunga queste sensazioni portano la maggior parte delle persone ad allontanarsi dalla politica e chiudersi in una disillusione controproducente che non fa altro che alimentare ancor di più il potere di chi controlla.

Abbiamo già visto come il disinteresse e il sentimento della rassegnazione siano molto incentivati da un leader che vuole controllare le masse. L’allontanamento del singolo dalla politica concreta deve essere un importante stendardo da portare con dedizione. Bisogna far discutere l’unica parte della massa che si interessa di politicariguardo a temi sui quali il singolo non può in alcun modo influire. Tutti quegli argomenti che riguardano invece la politica locale e la gestione della dimensione del “vicinato” sono tenuti in sordina e vengono fatti insorgere, comunque sempre sottovoce, solo al momento delle elezioni amministrative. Diviene così retaggio comune, influenzato dai media, tra coloro che si pensano attivisti, il voler cambiare ciò che si vede in televisione, ignorando ciò che si può osservare dalla propria finestra. Non è rivolgendo l’attenzione nei confronti delle tematiche proposte dai palinsesti nazionali che si cambia il sistema politico. E’ a livello locale che va iniziata la ricostruzione. La politica è una piramide, per cambiarla bisogna partire dalla base e non dal vertice. Informatevi, interessatevi, muovetevi, prendete contatto con i vostri rappresentanti, candidatevi, fatevi protagonisti e non spettatori delle sorti della vostra città. Se a livello locale cambiano i rappresentanti, mano mano il cambiamento ingloberà tutti i livelli, fino al più alto. Solo allora la politica potrà ricominciare a definirsi tale e rincorrere una dimensione più umana e rispettosa. Cambiamo i verbi della nostra azione politica: proporre invece di reagire,fare anzi che suggerireLa politica sei tu, se non cambi tu, non cambierà mai nulla!

Se tu non ti occupi di politica
la politica si occupa comunque di te

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Il voto nei paesi a “democrazia controllata”

di Gianpaolo Marcucci e Marco Canestrari

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Nei paesi democratici in cui viene esercitato un controllo delle masse la distanza tra il singolo e chi governa è molto ampia e si pone il problema della reale utilità del voto di preferenza. Può accadere, anche per incentivo di chi influenza le popolazioni, che la sfiducia e la rassegnazione risultino essere i sentimenti più diffusi fra coloro che tentano di cantare fuori dal coro. Spesso infatti, coloro che percepiscono i propri leader politici come“intercambiabili”non si sentono rappresentati da essisi astengono dal votare. In molti paesi tuttavia tale azione non ha un forte valore politico, anzi alimenta il potere del leader sostenuto dalla maggioranza relativa.

Ma allora bisogna oppure no andare a votare? Sotto le condizioni di controllo imposte dall’alto, i problemi più importanti della società, quelli che richiedono una visione d’insieme ed un’organizzazione sistematica su ampia scala, non possono essere risolti. Proviamo allora a capire come è fatto il terreno più fertile per arrivare ad eliminare queste condizioni di libertà controllata: immaginiamo un mondo di persone che vivono in una scatola in cui la temperatura è esageratamente alta. Il calore viene tenuto dal leader a livelli quasi insostenibili e, a distanza di anni, i gradi vengono di poco alzati sempre di più. A quella temperatura, la riflessione serena è quasi impossibile, e la maggior parte delle persone hanno come primo pensiero quando si svegliano ed ultimo quando vanno a dormire, quello di dover fare qualcosa per rinfrescarsi un pocoLa popolazione viene tenuta sotto un modello uniforme e le sue azioni sono prevedibili a causa dell’emergenza “caldo asfissiante”. Si evita cioè che la popolazione si trovi in una naturale situazione di serenità ed abbia energia e tempo sufficienti per risolvere il problema della scatola. La maggior parte delle persone crede che non esista nulla al di fuori delle pareti e ha perso completamente la capacità di cooperare in maniera organizzata. La normalità è votare il leader, amarlo e sostenerlo.Il caldo, come dice il leader, è un male causato dai dissidenti.

Di sicuro in tale situazione votare uno od un altro esponente politico non potrà direttamente far uscire la popolazione dalla scatola, in quanto tutte le soluzioni proposte dai partiti sono comunque imprigionate nel meccanismo perverso. All’apparenza il voto pare dunque inutile, ma soffermiamoci su un punto particolare: votare un partito che può contribuire ad allentare la morsa del caldo amplierà le possibilità di pensiero e azione della popolazione agendo alla base del problema. Cerchiamo allora, in ogni modo possibile, di dare un aiuto per liberare l’intelligenza della collettività dai freni imposti dall’alto e lasciarla esprimere secondo le necessità più sentite dai cittadini.

Nei paesi a “democrazia controllata” il voto è uno strumento insufficiente, ma può essere di aiuto per velocizzare l’azione sul problema centrale. Si deve costantemente lavorare alla radice del problema e rendere i consensi della popolazione sempre più sereni e consapevoliL’aumentare della consapevolezza collettiva genera naturalmente risorse ed energie per costruire modi più etici di vivere, e viceversa: più si vive sereni ed informati e più si ha la possibilità di affrontare con efficacia anche i problemi che richiedono una organizzazione e una cooperazione su ampia scala. L’azione risolutiva è sempre quella che agisce su tutti i piani, l’urna è uno di essi.

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Non aspettiamo la coerenza dei politici

di Gianpaolo Marcucci

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Un altro anello importante della catena che ci tiene imprigionati nella fortezza delle nostre convinzioni è di sicuro il concetto di coerenza. L’individuo per sua struttura deve mantenere nei suoi pensieri atteggiamenti comportamenti, un certo equilibrio sistemico che lo renda unitario, coerente con se stesso. Tale considerazione, figlia dell’idea che l’uomo sia un unico blocco, o comunque un “insieme chiuso”, seppur per taluni aspetti risulti comprensibile, ci fa incorrere spesso in una questione fondamentale, un problema che come pochi altri rallenta sistematicamente l’arrivo consapevole al traguardo di un’intelligenza collettiva che ci porti ad una partecipazione maggiore più equa e diretta alla vita politica.

L’uomo per sua natura non è coerente. Potrebbe dire in un momento della sua vita che non compierebbe mai una precisa azione, non compierla, e poi dopo anni, giorni o minuti, trovarsi a compierla senza indugio o ripensamenti. La coerenza interna è uno strumento di controllo, una gabbia dello spirito, un deterrente all’evoluzione. E’ solo ammettendo che si potrebbe pensare, dire o fare qualsiasi cosa e mettendo in discussione continuamente la propria posizione, che la creatività e la vita possono manifestarsi. I cambiamenti più significativi si rendono possibili mettendo in discussione tutto, anche gli strumenti abituali,cercando strade nuove, prima impensabili. Allo stesso modo, lasciare che un solo aspetto di una persona ne influenzi la percezione di tutti gli altri, rende impossibile lo sfruttamento di risorse e soluzioni utili.

Nella società odierna, in cui tutto è ridotto al battibecco personaleallo scontro emotivo ed impulsivo, se abbiamo a che fare con una persona che risulta “diversa” da noi, antipatica, maleducata o corrispondente ad un modello che la società o la televisione ci rappresentano come negativo, saremo istintivamente portati ad ascoltarla con pregiudizio, e a screditare qualsiasi cosa tale persona porti alla luce. Se di fronte a noi ci sarà però qualcuno di “fidato”, riconosciuto come simile o come modello positivo, daremo più attenzione e prenderemo più spesso in considerazione i lati positivi rispetto a quelli negativi di ciò che ci proporrà. E’ dimostrato in molti esperimenti di psicologia sociale che di fronte ad un identico discorso politico inventato dallo sperimentatore, l’uomo reagisce in maniera diversa a seconda di chi, lo sperimentatore, pone come autore del discorso. Per avere un’evoluzione a livello sociale e politico, un tale atteggiamento, che fa capo ad istinti e categorie mentali strutturate, va radicalmente cambiato. Dobbiamo imparare a liberare le soluzioni da chi le propone.

Una buona soluzione, resta una buona soluzione e va applicata a prescindere da chi l’ha proposta. Tutti gli esseri umani sono imperfetti, è impossibile trovare chi non lo è. E’ evidente che troverete sempre qualcosa di criticabile in una qualsiasi persona (Da Berlusconi a Grillo, da vostra madre a voi a stessi). Di fronte a tale situazione, se anzi che giudicare una soluzione in base alla persona che la porta in luce la giudicate solo in quanto “soluzione”, di sicuro, se essa si dimostrerà efficace, ve ne infischierete di colui che l’ha proposta, di quanto guadagna o di cosa fa, e vi industrierete il più possibile per adottarla e farla adottare. Impariamo a liberare le soluzioni dalle persone, e con l’avanzare della consapevolezza, l’immagine di un gruppo ristretto e privilegiato di politici che si spartiscono il potere barricati dietro ai media, non avrà più senso, perché a governare saranno direttamente i cittadini, le persone, gli uomini, attraverso le idee, l’ingegno e la creatività di tutti.

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Il Sistema Sei Tu

di Gianpaolo Marcucci

Ogni volta che si sente parlare di “Sistema” si pensa che esso sia un’entità astratta ed immutabile. Un motore invisibile che muove le dinamiche della società inventandola e reinventandola di continuo, senza che nessuno possa influire su di esso: “Il sistema non si cambia”, “il sistema decide le nostre sorti e noi non possiamo farci niente”.

In realtà tale pensiero, che è poi quello che porta quasi sempre al sentimento di sfiducia e rassegnazione, causa primaria dell’inattività e della mancanza di spinta all’azione concreta e propositiva, oltre ad essere controproducente, è innegabilmente scorretto. Per quanto il sistema permei infatti ogni area della nostra vita e di quella dell’intera società, esso, ovvero la struttura socio-economico-politica globale in cui ci troviamo, altro non è che un prodotto umano. Siamo noi che abbiamo creato il sistema, noi che lo nutriamo, che ne garantiamo la sopravvivenza e ne evitiamo attentamente il collasso. Lo facciamo attraverso ogni piccola azione quotidiana. Quando andiamo a fare la spesa, quando compriamo un giocattolo a nostro figlio, quando scegliamo cosa indossare, o cosa mangiare, quando desideriamo qualcosa, quando lavoriamo. Di continuo con i nostri comportamenti tuteliamo di fatto l’esistenza del sistema. Pare allora un enorme paradosso definire insormontabile o irraggiungibile una cosa che ognuno di noi nelle sue più automatiche azioni giornaliere, genera, rigenera e sostiene. Il sistema è come un orologio di cui noi siamo gli ingranaggi, e seppure la nostra condizione appare non distante da una situazione di schiavitù, noi possiamo cambiarlo, ripararlo oppure distruggerlo e sostituirlo. Ogni singolo ha un potere enorme sul sistema, e non è vero il contrario.

Attraverso la rete e l’intelligenza collettiva è possibile coordinarsi per una rivoluzione antropologica che parta dalla consapevolezza delle persone, per arrivare, solo dopo, all’azione spontanea, serena e svincolata da dinamiche partitiche e di delegazione delle scelte.
Pochi accorgimenti nel modo di condurre le nostre vite, possono portare a cambiamenti enormi. Informarsi sulle dinamiche della nostra società è la base. Sapere e saper spiegare come vengono controllate le masse nei paesi democratici, che linguaggio usano i pubblicitari, che politica adottano le grandi multinazionalichi produce il nostro denaro. Questi sono nodi centrali da cui partire. Poi vengono le azioni quotidiane, come il fare la spesa o il lavorare. Porre più attenzione nell’attività di consumo e cercare di svincolarsi dal lavoro full-time ad esempio può aiutare a vivere meglio, e ad avere maggior tempo e risorse per la partecipazione attiva nella gestione della propria città.

Il sistema si può cambiare, e a farlo dobbiamo essere noi, dal basso, acquisendo coscienza del fatto che l’uomo è un capolavoro e l’energia di ogni singolo, condivisa, vale più di mille soli.

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