ATTENTATI TERRORISTICI AL NOSTRO CUORE

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Un amico mi ha detto che a Parigi c’è stato un attentato. Uno di quelli in cui muoiono le persone.

Io ricordo di quando raccontarono in televisione dell’attentato alle torri gemelle, a New York. Avevo 15 anni e sentii un forte dolore togliermi il fiato, dolore per tutte quelle persone in difficoltà. All’epoca me la presi con il mondo esterno cattivo.

Oggi La mia prima domanda è stata: perché ti lasci inquinare la mente da pensieri di paura?

Anni fa era solo una nebulosa di rabbia, ora mi appare così chiaro: qualsiasi cosa succeda nella materia, la televisione vuole che tu ti occupi del problema e non della soluzione. Che ti indigni oppure che sei contento ma sempre strettamente e rigorosamente RIGUARDO A CIÒ che un gruppo ristretto di persone ha scelto per te. Così facendo accade che si è liberi di provare tutto quello che si vuole riguardo ad un cesto chiuso di cose non decise da noi, mentre non si è liberi di uscire da tale cesto.

Questo è lo stesso processo che la mente adotta con il nostro sé.

L’Isis è un mezzo attraverso il quale un piccolo gruppo di individui occidentali disturbati controlla le mente di miliardi di altri individui confusi.
Esattamente come la paura è un mezzo attraverso cui la mente controlla ed incatena il nostro cuore.

È così facile vedere come ci sia sempre un nemico nel mondo della tv, oggi si chiama Isis, ieri Spread, l’altro ieri Bin Laden, Saddam, I comunisti, i fascisti, il nome sceglietelo voi, l’importante è che ce ne sia sempre uno.

È così facile vedere come ci sia sempre un nemico nel mondo della mente, oggi si chiama partner cattivo, ieri datore di lavoro sfruttatore, l’altro ieri genitore che mi rimproverava, domani amico che muore, il nome sceglilo tu Ego, l’importante è che ce ne sia sempre uno.

E come lo sconfiggiamo questo nemico? Come distruggiamo il male che ci dicono esistere ed esser in agguato? La televisione ci suggerisce di dichiarare guerra all’Isis che ha attaccato l’Europa! Servono provvedimenti immediati,  leggi più severe e restrittive, una diminuzione graduale della libertà in cambio di un po’ più di sicurezza.

La mente ci suggerisce di rifiutare la sofferenza, la paura, le emozioni negative che minano all’integrità della psiche ben integrata nel sistema! Servono farmaci più efficaci, terapie comportamentali adeguate, educazione e disciplina, se necessario insensibilizzazione e difesa verso le parti più oscure di noi.

Insomma, la soluzione suggerita è: fare guerra alla guerra.

Ma mente mia, il male si sconfigge facendo il bene, non combattendolo. Lo devi ignorare, non devi dargli energia. Il fuoco si spegne buttandoci sopra l’acqua, non bruciando ancora più legna.  Oggi tutti combattiamo il male è il risultato che otteniamo è solo un mondo in cui tutti sono guerrieri. Smettiamo di dare al male valore e attenzione e avremo dopo poco un mondo di pace. IL NOSTRO COMPITO E DI SMETTERE OGNI GUERRA NON DI FARE LA GUERRA GIUSTA.

“Ragazzi, ma qui tocca essere seri…è morta della gente, basta cazzate introspettive e spirituali!”

Se questo è il tuo pensiero, hai rifiutato ogni parola che hai letto finora. Credi non sia il momento di riflettere su di te, che tu non sia responsabile di quello che accade…nella tua testa. Sfrutta questo conflitto, questa tensione, parti dalla tua indignazione e vedrai che non c’entra niente con l’Isis, che la paura non c’entra niente col contenuto del pensiero di paura che stai facendo.

La sofferenza non esiste nella materia, non c’e una pallina di sofferenza che possiamo prendere, pesare e poi distruggere per essere per sempre felici. Sta tutto nel filtro della nostra mente, nel come interpretiamo la realtà. È perfettamente normale soffrire per la morte di qualcuno, ma il significato che diamo alla sofferenza che sentiamo determina il nostro percorso, la nostra strada verso la prosecuzione del problema o verso la sua soluzione. Soffri e indignati, la tua mente non ha la possibilità di non farlo, poi mezz’ora dopo, passata la bufera, medita sul fatto che la sofferenza che senti è la tua, che non viene dall’esterno.

Esponi il tuo cuore agli spari, è l’unico modo per scoprire che le pallottole che ti terrorizzano sono pallottole di gommapiuma.

Mi hanno insegnato Che…

DI GIANPAOLO MARCUCCI

Mi hanno insegnato che tutto quello che dovevo diventare era un ricco uomo d’azienda, con il gel, la cravatta, il cellulare che squilla sempre e non un attimo libero per andare al parco, se non per fare jogging.

Mi hanno insegnato che se passo avanti io è meglio che se passa un altro, che la vita è una lotta e che bisogna vincere e far fuori gli avversari.

Mi hanno insegnato che se vedi uno per strada che chiede l’elemosina non te ne devi occupare, sono fatti suoi, te non centri nulla.

Mi hanno insegnato a mandare giù il boccone, anche se non mi piaceva, che è giusto così, che ciò che non uccide rafforza, che bisogna essere pronti, che la fuori c’è una giungla, che mica puoi fare come ti pare, che mica puoi permetterti di rispondere a chi ha l’autorità, che esiste l’autorità, che esiste una scala e in quella scala te devi salire con la fatica e con il sacrificio, e che comunque, in tutti i casi, non c’è tempo per giocare e divertirsi quando ci sono le cose importanti da fare. Non c’è tempo per star bene.

Mi hanno insegnato che devo stare seduto, un sacco di ore, e che devo accumulare un sacco di cose. Che cose terribili accadono se non lo faccio.

Mi hanno insegnato che non devo piangere se non quando sto da solo, e poco se no mi hanno insegnato che si dice che sei depresso e devono curarti con delle pillole che poi le prendi e sei felice.

Mi hanno insegnato che non posso dire di voler fare l’amore con una donna se non mi ci fidanzo, che non posso dirle che è bella se non mi ci sposo perché a lei hanno insegnato ad avere paura di chi dice la verità.

Mi hanno insegnato che guai se dici tutte le cose che ti passano per la testa, che guai se non stai ai patti, che guai se non raggiungi compromessi, non rispetti i contratti, se non hai paura del nemico, non soffri se gli altri soffrono, non gioisci se gli altri gioiscono, non cadi se gli altri cadono e non stai dritto se gli altri stanno dritti.

Mi hanno insegnato che la cosa più importante è che io insegni tutto quello che mi hanno insegnato.

Si sono dimenticati però di insegnarmi che la mia volontà spacca e che se voglio smettere di insegnare tutto questo e iniziare ad insegnare altro loro non possono fermarmi.

NESSUN PENSIERO E’ INIETTATO NELLA NOSTRA TESTA CON UNA SIRINGA

Tutto dipende da cosa decidiamo di essere

Il Bene della Collettività Non può Essere Imposto dall’Alto

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Tutti i modelli politico-economici applicati sinora alla società hanno voluto fare il bene della collettività decidendo autonomamente cosa questo bene fosse e considerandolo successivamente come un assunto immutabile. Due gravi errori possiamo ritrovare in questo ragionamento: Il primo è che la società, come qualsiasi altra cosa in natura, è tutt’altro che immutabile, ergo, nessuna “Bibbia” può guidarla in eterno; il secondo è cheper fare il bene della collettivitànon si può imporre dall’alto un “bene” teorico intuito o ragionato, l’unico modo è chiedere ad essa cos’è bene per lei.
Fino a pochi anni fa era quasi impossibile consultare la collettività su questioni come la politica, l’economia, i media, i bisogni, etc. se non attraverso il sistema del voto e dellademocrazia rappresentativa (che sappiamo oggi essere fallimentare). Oltre al dispendio enorme di risorse che si sarebbero dovute impiegare per un sistema più “diretto”, senza deleghe, mancavano due concetti fondamentali: l’estemporaneità e la trasparenza. Oggi attraverso la rete è realmente possibile chiedere alla collettività cosa vuole: la democrazia diretta è già realtà. Saremmo tuttavia a mio parere troppo ingenui se ci fermassimo alla conclusione che basta chiedere alla popolazione quali sono i suoi bisogni per risolvere tutti problemi del mondo. Cosa accadrebbe infatti se chiedessimo oggi alla collettività che cosa vuole?  

“Collettività, volete più tablet gratis o più scuole che educhino alla creatività?” Secondo voi quale sarebbe la risposta? Questo non è affatto un problema da sottovalutare.Fintanto che la massa è controllata sino nella formazione dei propri bisogni da parte dei media non possiamo interrogarla su cosa realmente vuole per se, perché non lo sa. L’uomo medio, inteso non come l’uomo stupido, ma come l’uomo tipo della società odierna, l’uomo che compone la massa, la maggioranza della popolazione, anche lo studente universitario o il politico, non sa cosa vuole. Dunque, se non si può imporre dall’alto la soluzione ma non ci si può nemmeno affidare alla “volontà popolare” cosa si può fare per cambiare le cose? Un antico proverbio cinese recita a proposito così: Se vuoi progettare un anno, coltiva il riso; se vuoi progettare un decennio, pianta gli alberi; se vuoi progettare un secolo, educa le persone.  Dato per assunto che non si può imporre il bene, se la massa non è sufficientemente consapevole per comprendere cos’è bene per lei, l’unica azione intelligente da compiere è educarla,prenderla per mano ed aiutarla a fare luce affinché diventi in grado di scegliere da sola. L’unica azione intelligente è diffondere consapevolezza, instillare l’amore per la domanda.
Non si sta però qui dicendo che dobbiamo stare fermi ad aspettare mentre qualcuno (un guru, un leader, un salvatore) arriva ed educa il mondo; a farlo devono essere coloro che comprendono questa urgenza. Dobbiamo essere noi ad informare, educare, far prendere coscienza alla popolazione dei problemi della società e durante tale fase di diffusione di consapevolezza, al fine di rendere sempre meno controllato e limitato lo spazio d’azione che abbiamo in ambito di proposta politica, a promuovere metodi che si avvicinino sempre di più alla democrazia diretta, metodi di transizione, come ad esempio la democrazia liquida dove il sistema della delega sopravvive ma viene limitato nel tempo e nello spazio (figurato), divenendo così d’aiuto anziché d’ostacolo alla partecipazione politica. Gli strumenti ci sono tutti, l’energia anche, uniamoci, cooperiamo senza uniformarci e lavoriamo ad una rivoluzione che sia senza bandiere ne stendardi, una rivoluzione che prima di tutto sia sinonimo di evoluzione.
 
L’educazione e la diffusione di consapevolezza sono le chiavi per un’evoluzione etica e democratica della nostra società

Educare alla creatività

DI GIANPAOLO MARCUCCI

L’attuale concetto di educazione prevede un rapporto insegnante/allievo unidirezionale dove l’insegnante in base ad un programma ministeriale deve somministrare nozioni agli allievi che devono impararle e ripeterle. Chi è più bravo in questo meccanismo statico viene premiato con incentivi e rinforzi positivi, chi è meno bravo viene punito. Sin dalla scuola elementare i bambini sono così “forzati ad imparare” cose di cui spesso non gli importa nulla e sono disincentivati a dedicarsi a ciò che gli piacerebbe fare in quanto “non c’è tempo” o “è fuori programma”. Ma siamo proprio sicuri che questa è l’unica strada possibile? Che non ci sia un metodo migliore per educare i nostri figli?

L’essere umano nasce con al suo interno una curiosità ed una voglia di apprendere insaziabile. Basti pensare a quante cose ha già imparato un bambino prima ancora di mettere piede in una scuola. Come sfruttare questa scintilla e renderla una fiamma inestinguibile che porti un individuo a restare sempre curioso e desideroso di imparare, di cambiare, anzi che trasformarlo in un automa sociale appena interessato alla sopravvivenza quotidiana e assuefatto alle regole imposte dai media di massa e dal sistema economico consumistico-capitalistico? Innanzitutto bisogna far sapere a tutti che cambiare le regole del sistema non è un’utopia e che esistono dei metodi educativi alternativi che funzionano e sono attivi già da anni, come quello adottato nelle scuole Montessori, dove i bambini non vengono visti come polli d’allevamento da nutrire con nozioni e concetti ma come individui unici e preziosi da far sbocciare come fiori. Il modello che si segue in queste scuole non prevede l’unidirezionalità dell’educazione ne la standardizzazione dei pensieri. L’apprendimento è strutturato in modo tale da essere personalizzato (ogni allievo è considerato un universo ricco di valore da cui tirare fuori il meglio senza confronti o gare), stimolante, pratico, gioioso e collaborativo (noi oggi basiamo sulla competizione e non sulla collaborazione la nostra educazione e di contro la nostra società). Le classi sono miste in modo da permette ai più grandi di guidare i più piccoli e a questi di vedere nell’insieme il progetto educativo, non ci sono test, compiti o voti, si ascoltano e si favoriscono gli interessi degli allievi e non ci si allinea verso il conformismo ma anzi viene insegnato il pensiero critico e divergente.

Stiamo schiacciando ogni giorno di più la creatività e la voglia di apprendere dei nostri bambini. Cerchiamo con tutti i mezzi a nostra disposizione di spingere i politici e coloro che li votano alla consapevolezza che esistono metodi educativi alternativi al nostro e che insegnare l’indipendenza e la responsabilità non vuol dire per forza indottrinare.

Non Facciamo i Maestrini

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Qual è il primo gradino della scala che porta alla soluzione di un problema? La consapevolezza che esso esiste in quanto problema. Pensando che il gruppo di persone che frequentiamo più spesso o i contatti del nostro vicinato virtuale siano rappresentativi dell’intera popolazione di un paese, molto spesso ci illudiamo del fatto che i problemi ritenuti da questi – ed anche da noi –  come scontati, siano scontati per tutti e che chi ancora non ci è arrivato è un menefreghista o un superficiale.

In realtà, la maggioranza degli italiani ancora si informa solo attraverso la televisione che tende ad omettere tutto ciò che non favorisce il controllo economico e politico da parte di chi la possiede. Se vogliamo che percentuali sempre più alte della popolazione si impegnino nella ricerca di soluzioni a problemi comuni, dobbiamo pertanto partire da quello che è il primo passo verso la consapevolezza: l’informazionePer strada, attraverso la rete, con qualsiasi mezzo, informare è divenuto un dovere di ogni cittadino. Ma come fare per rendere tale forma di azione civica il più efficace possibile? Come comportarsi quando si deve comunicare un qualcosa che necessita un radicale cambio di punto di vista da parte di chi ascolta? Poniamo il caso ch’io comprenda che la terra è tonda in un momento in cui tutti sono legati all’idea che questa sia piatta. Scrivere un libro sulla mia scoperta o tenere delle conferenze in cui espongo tecnicamente la mia teoria non è sufficiente. Le persone si legano emotivamente alle idee; le convinzioni e le credenze fanno parte del proprio spazio identitario e scardinarle o modificarle non è una cosa semplice e, di sicuro, non è realizzabile solo attraverso il piano intellettuale.

Bisogna agire in modo da coinvolgere le persone a cui ci rivolgiamo, creare con esse un rapporto di fiducia disinteressato, spogliarci delle divise da maestrini e impegnarci a condurle per mano in un percorso di apprendimento che sia il più possibile empatico. Per far si che più persone possibile prendano coscienza di un problema, dobbiamo innanzitutto stimolare un ambiente sereno, rassicurante e fertile al cambiamento, eliminando tutti i possibili attriti che potrebbero presentarsi. L’offesa, la provocazione, le manifestazione d’autorità, l’atteggiamento altezzoso, sono tutti elementi che frenano moltissimo la ricettività e l’apprendimento, pertanto vanno limitati il più possibile. Se io ho l’intento di informare o di educare qualcuno in merito a questioni complesse che lo riguardano da vicino o che intaccano delle sue credenze o convinzioni e nel momento in cui riscontro delle inevitabili difficoltà nel farlo dico: “Ah si? Non ci credi che la terra è tonda? Allora vai a quel paese con la tua terra piatta, io costituisco la mia cerchia di persone che mi seguono nelle mie rivelazioni e mi rivolgo a loro” sto fallendo in maniera definitiva. Quando una persona fatica a prendere coscienza, non devo rinunciare nel mio intento o dare a questa la colpa, ma devo rivedere il mio metodo d’insegnamento e le mie modalità di comunicazione.

Essere consapevoli vuol dire avere la responsabilità di aiutare gli altri a vedere meglio. Riscopriamo la bellezza dell’umiltà e cerchiamo di impegnarci inun’informazione che divenga sempre più empatica e che favorisca il più possibile la presa di coscienza. Solo così contribuiremo alla soluzione dei problemi che la nostra epoca ci pone davanti.

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IL NUOVO MONDO COLLETTIVO

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Sono ormai in molti ad aver capito che la democrazia, così com’è stata pensata finora, altri non è che una favola per bambini. Si parla di politica dal basso, di politica delle soluzioni, di democrazia diretta, ma come è possibile raggiungere tali modelli che, sembrano ancora oggi, distanti ed utopici?

Una chiave, può di sicuro essere la rete e la sua tendenza a far evolvere l’uomo verso una forma d’intelligenza che diviene sempre più ampia e collettiva. Intelligenza collettiva significa che se una persona risolve un problema, automaticamente tale problema è risolto in tutto il mondo e se c’è un problema che non è possibile risolvere come singolo, attraverso la rete si creano gruppi di lavoro formati da persone che senza essere nello stesso luogo – e nello stesso momento – collaborano insieme e lo risolvono. Tale concetto è associabile a quello di web democracy, una forma di democrazia diretta che ha come fulcro il web. Creando una struttura che vede, ad esempio, tutti i cittadini di un comune sempre interconnessi, è possibile dar vita ad un sistema che permette a ciascuno di proporre soluzioni a problemi comuni, votare direttamente la soluzione che più ritiene valida, partecipare alla stesura di una legge o di una costituzione, proporre e votare referendum, monitorare le attività di qualsiasi gestione amministrativa; il tutto in maniera totalmente diretta facendo sì che ognuno conti uno ed eliminando finalmente l’insidioso strumento della delega. Tutto ciò è estendibile a qualsiasi livello, dalla città alle unioni di stati. Secondo esperti ed analisti, in un futuro non molto remoto, un’interconnessione totale, permetterà a tutto e tutti di comunicare in maniera costante ed immediata tra di loro e, in termini politici, ad ogni persona di divenire così abitante,vigilante e consigliere del mondo intero.

Internet delle cose, internet delle persone, intelligenza collettiva, web democracy; il pianeta diverrà come un enorme organismo, con un cuore unico e un unico cervello e noi viviamo oggi al centro di tale evoluzione.

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Carcere e Riabilitazione

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Una tendenza diffusa nei paesi a democrazia controllata, è quella di sfruttare i media per omettere alcuni aspetti della realtà ed evidenziarne altri. Questo meccanismo porta a formare nella massa un opinione falsata e superficiale riguardo a molti aspetti della società. Non sono esenti dalla regola quelli che di essa sono i mattoni, ovvero le istituzioni. In questo articolo proveremo ad osservare una tra le istituzioni più antiche ma allo stesso tempo più opache della società attuale e passata: Il carcere.

La massa conosce il carcere, sa cos’è e a grandi linee immagina come funziona. Quando sente che un malvivente viene acciuffato dalle forze dell’ordine e incarcerato, esulta, si sente al sicuro, è appagata. Considera il detenuto come un “diverso”, un alieno, un pazzo, una persona malvagia: Se è dentro vuol dire che se l’è meritato! E considera il carcere come un male necessario, l’unica soluzione possibile. Questo tuttavia risulta essere un punto di vista parziale, che tiene conto solo dell’emotività e lascia spazio a troppe improduttive euristiche di giudizio. Se si osserva da vicino, il carcere, pare lontano dall’essere un mondo autonomo e funzionale. Oggi il carcere è un complesso sistema ai limiti della legalità e del rispetto dei diritti umani. E’ un sistema che sembra nato già in crisi, un enorme fraintendimento e risulta essere tutt’altro che efficace nella sua funzione di riabilitare psicologicamente i detenuti e reinserirli nella società

Come fare? Il primo passo da compiere per vedere il carcere come un “errore” è di sicuro quello di partire dall’assunto che i suoi “ospiti” sono persone e pensano, sentono e si comportano esattamente in linea con la natura umana, sempre in equilibrio tra geni e contesto sociale. Un detenuto ha la stessa forma e lo stesso contenuto di un poliziotto, è un uomo, che, in preda ad emozioni negative, ha compiuto un atto deviante. Potenzialmente chiunque è un deviante, un antisociale, un detenuto. Chiunque può essere spinto da cause esterne o interne a commettere illeciti o delitti. C’è davvero una differenza materiale tra un carcerato e me? Cosa penserei se ad esser carcerato fossi io? Accetterei di stare per anni o decenni senza libertà, senza attività di alcun tipo da poter svolgere, senza alcuna prospettiva per il futuro una volta uscito e senza alcun incentivo a migliorare me stesso? Lo troverei utile alla risoluzione del mio problema? Ecco che il punto di vista comincia a cambiare e si apre la strada per cercare soluzioni che siano realmente alternative.

Partiamo da un assunto che dovrebbe essere comune: una persona che ha commesso un reato va di sicuro messa in condizioni di non ricadere in tale comportamento e di non nuocere a se stessa e agli altri. Una struttura dove si possa quindi trattenere un individuo deviante considerato pericoloso, negandogli per un periodo limitato la possibilità di uscire potrebbe risultare necessaria. A questo punto, all’interno di tale struttura il nostro sistema prevede approssimativamente tre forme di “riabilitazione”: La cella, l’isolamento e la pena di morte. Qui c’è il primo stop: Ma il carcere non dovrebbe avere la funzione di riabilitare? Secondo quali teorie sociologiche o psicologiche la coercizione, la limitazione della libertà, l’isolamento, la violenza, la tortura o addirittura l’eliminazione fisica sono funzionali alla riabilitazione di una persona che ha commesso un reato e al suo inserimento sereno all’interno delle file della società? Anche solo una di queste forme di punizione porterebbe una qualsiasi persona considerata socialmente allineata e psicologicamente sana a provare angoscia, paura, tristezza, frustrazione, rabbia. Un detenuto è una persona particolarmente debole, estremamente fragile nel suo equilibrio psicologico, il carcere così come è pensato è davvero il metodo migliore per aiutarlo ad uscire dalla sua situazione in maniera efficace e definitiva? Io ritengo di no. Criticare un sistema però non basta. Dunque, se questo sistema non va, come si può fare per cambiarlo? Che sistema migliore potrebbe sostituirlo?

Le possibilità sono molteplici, ad esempio, al posto di una struttura statica di cemento terrore e odio, si potrebbe creare un progetto dinamico, che permetta al suo interno di creare un reale percorso di riabilitazione e reinserimento all’interno della società che sia il più possibile a misura d’uomo, fatto di sedute di psicoterapia ad intervalli regolari e progressivi, attività di recupero, attività creative e ricreative, momenti di confronto e riflessione di gruppo, educazione e formazione, visite che permettano di stare realmente coi propri cari quando se ne ha bisogno. E’ necessario dare la possibilità a chi entra in una tale struttura di trovarsi davanti alle cause che lo hanno spinto a compiere l’atto criminale, comprenderle, accettarle e superarle. Solo così si va alla radice del problema, curando anche il sintomo (oggi facciamo solo finta di curare il sintomo). Si potrebbero impiegare 3 ore della giornata dei partecipanti al progetto per attività produttive che potrebbero aiutare lo stato stesso. Le persone in “riabilitazione” potrebbero svolgere lavori manuali o via web, a titolo gratuito, per le amministrazioni locali, per i ministeri, o per qualsiasi ente pubblico, così da poter dare il loro contributo alla società anche durante il loro percorso di “reintegrazione” e mantenersi attivi in ambito professionale. Bisognerebbe eliminare ogni forma di violenza e coercizione e creare un ambiente sereno, accogliente, volto alla presa di coscienza e alla possibile accettazione dei propri errori e delle proprie difficoltà. Una volta fuori poi, i “reinserendi” non andrebbero lasciati soli come avviene ora e bollati come ex-detenuti, ma al contrario incentivati e, come tutte le persone deboli che hanno subito traumi e si riaffacciano alla vita sociale, seguiti, aiutati, incitati ed accompagnati con i giusti tempi in un ulteriore e ancor più difficile percorso di reinserimento che sia orientato alla positività ed alla costruttività.

Non dimentichiamo che ogni persona che viene messa in carcere rappresenta il fallimento dello stato, non il suo successo. Riflettere su questi temi andando oltre le forme d’analisi che propongono i media è importante!Mettiamo sempre in discussione quello che vediamo, non diamo per scontato il fatto di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Il cambiamento non parte dalla legge, ma dal punto di vista di chi la guarda.

Il Futuro dell’Europa è Glocal

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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E’ da un po’ di tempo che in televisione e sui giornali, si sente parlare di Europa come un uccello che non ha ancora imparato a volare; un enorme dinosauro che intrappolato dal suo peso non riesce a muoversi come vorrebbe. Vero è che i media tendono sempre verso l’estremizzazione dei concetti, tuttavia, al di la delle metafore, bisogna ammettere che  tastando il polso degli italiani, si nota una sorta di perplessità nel pensare al concetto di Europa. Pare proprio ci sia in essa una sorta di impedimento, di difficoltà di fondo che non le permette di divenire solida ed essere percepita come una vera e propria istituzione di riferimento.
Secondo molti analisti, alla base di questa difficoltà – che distanzia l’U.E. da altri organismi simili, come non ultimo quello degli U.S.A. – vi è di sicuro una lampante mancanza di leadership, una mancanza di volontà da parte dei paesi membri di cedere una porzione di sovranità nazionale ad un comune “Governo Sovranazionale Europeo”. Se così fosse, il metodo migliore per far decollare l’Europa sarebbe quello di centralizzare di più: creare un vero governo europeo, con veri margini decisionali, un consiglio dei ministri e un premier unici in grado di decidere autonomamente sulla politica comunitaria e laddove necessario, su alcune questioni che toccano la politica dei singoli stati. Ma siamo sicuri che questa è proprio la soluzione che serve all’Europa? L’uomo, solitamente, in situazioni di crisi, tende ad aggrapparsi ad appigli, reali e non, per poter prontamente uscire dalla condizione invalidante in cui si trova e ripartire dal punto della caduta. In questo modo ritorna al suo precedente equilibrio, e convinto di aver superato le difficoltà, procede oltre in base a quello che è il “percorso del conosciuto”. Tale atteggiamento, per quanto funzionale all’uscita dalla crisi, si limita solo a far fronte ad un “sintomo”, senza intaccare minimamente le cause del problema e dando modo ad esso di riemergere come un gayzer appena un qualsiasi evento esterno smuove l’apparentemente stabile equilibrio raggiunto.
Senza dare nulla per scontato o immutabile, proviamo invece a considerare la crisi come un’opportunità e a vedere, laddove ci fosse, cosa essa vorrebbe comunicarci. Osservando attentamente la situazione europea, pare che emerga un problema ancor più spinoso e opaco della mancanza di leadership sopra menzionata, una questione che tocca aspetti ancor più insidiosi e profondi: la mancanza di una visione chiara e definita di cosa l’Europa sia o dovrebbe essere. L’Unione Europea, pensata come un insieme di Stati nazionali al quale bisognerebbe sovrapporre un unico governo sovranazionale non è forse paragonabile ad una mappa di piramidi sopra la quale vuole esser applicata una piramide “superiore”? La piramide è una forma familiare, antica, che sta alla base della gerarchizzazione della politica e della società da moltissimi anni, tuttavia, in linea con la nuova evoluzione tecnologica e sociale che vede il concetto di rete come centrale,se invece di vedere l’Unione Europea come la solita somma di piramidi, cominciassimo a vederla come una “rete di punti”, anzi che come un enorme solido a tre dimensioni, pieno di livello e sottolivelli, la vedessimo come una dinamica e pulsante rete di “Local” interconnessi che formano il “Global”? Si potrebbe parlare di “Glocal”: il locale che diviene globale, direttamente, senza bisogno di tramiti, senza bisogno di gerarchie, senza bisogno di sussidiarietà.
50 anni fa una prospettiva del genere non sarebbe stato possibile nemmeno pensarla. Oggi invece, sfruttando a pieno gli strumenti che la tecnologia ci offre, potremmo avere, anzi che pesanti e complesse organizzazioni multilivello – comune, provincia, regione, stato, UE, Governo Globale – , una rete dinamica di comuni in costante ed estemporanea comunicazione tra loro. Ogni comune deciderebbe per i problemi che concernono il proprio territorio, tutto sarebbe decentralizzato e leggero.Grazie alla connessione veloce e continua dei soggetti locali, sarebbero possibili un’efficace scambio di informazioni, una vera diffusione di buone pratiche, un’infinità di collaborazioni. Si troverebbe la chiave per rendere le tanto temute differenze linguistiche e culturali degli stati membri un valore aggiunto anzi che un ostacolo e sarebbe possibile indire una rete di vigilanza in cui ognuno sarebbe in grado di controllare chiunque in qualsiasi momento. Nascerebbe un’enorme database in formato wiki per lo scambio di soluzioni ai problemi e la rete di comuni diverrebbe metafora di un unico grande cervello. E’ ovvio che rispetto al nostro attuale sistema politico, questa visione presupporrebbe una forma di governo più vicina alla democrazia diretta o ancora meglio alla web-democracy, in cuiogni cittadino conta uno ed è perennemente connesso con tutti gli altri attraverso la rete, luogo in cui partecipare alle decisioni comuni senza più esser schiavi dello strumento della delega.
Tutto questo quindi, potrebbe sembrare molto lontano dell’esser realizzato, tuttavia, se si pensa al cambiamento non come una svolta brusca e repentina ma come un lento e progressivo eterno movimento, ci si accorge che non solo non è così assurdo, ma che tale processo evolutivo verso l’intelligenza collettiva globale e la gestione del pianeta come una gigantesca rete neurale è già cominciato e noi ne siamo al centro esatto.

Metafore d’Evoluzione

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Accade spesso che l’uomo costruisca, consciamente e non, artifizi tecnologici che nella loro funzione finiscano per rappresentare metafore del proprio essere fisico e psichico. Questo è accaduto ad esempio con l’invenzione delPersonal Computer, il quale altri non è che una metafora del funzionamento del cervello umano.

L’organizzazione di file in cartelle, l’esecuzione di processi, la memoria fisica, il caricamento di dati, sono tutte proiezioni di elementi e strutture già esistenti in natura all’interno della nostra mente. Anche le interfacce che si utilizzano insieme al pc come videocamere, microfoni, casse acustiche e tutte le altre periferiche, possono essere intese come metafore, in questo caso come proiezioni dei nostri sensi. Da quando poi il computer si è trovato al centro di quella rivoluzione che oggi chiamiamo word wide web, le metafore da questo create sono divenute, non già solo più proiezioni del funzionamento attuale del cervello, bensì vere e proprie rappresentazioni del futuro evolutivo di esso. Se difatti il computer è metafora del cervello umano, di sicuro la rete può essere considerata come una proiezione tecnologica del nostro futuro psichico, intellettivo e sensoriale. Con essa, siamo di fronte ad una metafora del concetto di intelligenza collettiva. Se anzi che pensare ad una rete di pc interconnessi, pensassimo ad una rete di cervelli interconnessi, in grado così di interagire fra di loro, comunicare, scambiarsi informazioni e dati, condividere conoscenza e sensorialità in modo completo e immediato, ci troveremmo di fronte ad una condizione di condivisione totale, universale. Spazio e tempo non sarebbero più variabili determinanti.In vista di un tale cambio di paradigma, tutti gli strumenti che oggi riteniamo innovativi, come l’Iphone, le webcam, wikipedia, google maps, facebook, etc. appaiono come dinosauri della tecnologia.

Dopo l’internet semantico e l’internet delle coseverrà così il momento dell’internet delle persone. Sarà possibile sapere tutto nel momento in cui lo si penserà: quanto latte c’è in frigo, quali sono le condizioni della mia autovettura, quali sono le MIE condizioni, come si risolve un problema senza esperienza. Sarà possibile votare referendum mondiali e monitorare in tempo reale la gestione del pianeta. Intelligenza collettiva e web democracy saranno parole di uso comune.

Questo è il futuro della rete e la rete è il nostro futuro!

 

Questo articolo è di proprietà di Ecco Cosa Vedo

Malattie riflesse

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Oggi milioni di persone combattono per sopravvivere alla malattia che più di tutte sta mettendo in ginocchio l’uomo occidentale: il cancro. Uomini e donne di qualsiasi età, classe e ceto sociale, si trovano a dover entrare in un viaggio che li conduce inesorabilmente verso una morte prematura, consapevoli del fatto che nulla possa con certezza aiutarli.

Questo è oggetto di paura e sofferenza per molti, tanto che anche solo il parlare di questa malattia orrenda è divenuto un taboo quasi tribale. Talvolta non la si riesce neanche a nominare. Ci siamo mai fermati però a ragionare su cosa sia? Su come agisca? Ci siamo mai fermati a riflettere sul cancro con semplicità e spirito d’analisi?Chi lo ha fatto l’ha definito come la manifestazione di cellule impazzite che distruggono il corpo che lo ospita. Bene, da qui, io credo che debba partire una riflessione fondamentale. L’uomo, da un paio di secoli a questa parte, accecato dall’idea che l’accumulare denaro a qualsiasi costo sia l’unico scopo da avere nella propria vita, ha cominciato a separarsi sempre più dalla sua natura. Se ci guardassimo attentamente, ma da lontano, dalla luna ad esempio, cosa vedremmo davvero? Inquinamento atmosferico e delle acque, sfruttamento estremo delle risorse terrestri, utilizzo di prodotti tossici nel ciclo di produzione, menefreghismo nei confronti dell’ambiente, brutalità nei confronti degli animali, nevrosi, ansia, depressione, comportamenti auto ed etero-distruttivi. L’uomo, da un paio di secoli a questa parte, è divenuto una cellula impazzita che distrugge il pianeta-corpo che lo ospita. La razza umana si ammala di cancro perché il pianeta si è ammalato di cancro, e il cancro del nostro pianeta, siamo noi.

Solo quando capiremo di non essere separati dal resto degli elementi che compongono il corpo che ci ospita e custodisce, la terra, di essere singole cellule di un unico grande organismo, potremo finalmente trovarci in armonia con noi stessi e con ciò che ci circonda.

 

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Internet delle Cose

DI GIANPAOLO MARCUCCI

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Immaginate il vostro frigo che, dopo aver rilevato che il contenitore del latte al suo interno è quasi vuoto, chiede al microonde il vostro consumo medio di latte settimanale e decide di ordinarne un altro litro per i due giorni a seguire; oppure la vostra auto che, senza bisogno di segnali e semafori, vi guida da sola in mezzo al traffico fino a lavoro; o ancora il vostro armadio e la vostra lavatrice che comunicano per accordarsi sulla scelta migliore per quello che sarà il vestito che indosserete stasera alla festa. Nella logica dell’Internet delle cose, tutto questo è già possibile.

L’ “Internet delle cose” è un nuovo paradigma tecnologico riferito all’estensione di internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti. In sostanza, altri non è che la connessione di tutti gli oggetti (le cose per l’appunto) alla rete e l’applicazione ad essi di sensori in grado di rilevare informazioni. Secondo tale principio, applicando un “tag” a tutti gli oggetti che ci circondano (oggetti elettronici di qualsiasi tipo, luoghi come case, scuole e piazze, contenitori, vestiti insomma davvero qualsiasi cosa) sarà possibile tracciare una mappa virtuale del mondo reale e mettere “realmente” in comunicazione tutti i suoi elementi. Nell’Internet delle cose il computer non ha più un ruolo determinante e la tecnologia diviene sempre più autonoma e svincolata dal comando dell’uomo. Sono le macchine a connettersi ad internet, a intuire cosa serve all’individuo, a servirlo e a seguirlo nei suoi spostamenti. In questa nuova forma di web, infatti, la rete, divenendo tessuto connettivo di tutti quegli oggetti che circondano l’uomo, permetterà che chiunque e qualunque cosa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, essendo connesso alla rete, sia connesso a tutto il cyberspazio. Le cose potranno comunicare con noi e comunicare tra loro, scambiarsi informazioni e prendere decisioni. Questo innovativo paradigma apre la strada ad orizzonti oggi solo parzialmente immaginabili.

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Per approfondimenti:

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La web-massa

di Gianpaolo Marcucci

L’avvento dei social network, sta portando, attraverso la rete, alla formazione di un nuovo soggetto collettivo. E’ ormai noto scientificamente come la massa venga facilmente controllata e manipolata dai media, e come attraverso la pubblicità e i format televisivi si possono influenzare le scelte delle persone.

La rete, in quanto mezzo bidirezionale, non permette le stesse dinamiche di controllo, è anzi un medium altamente democratico e garantisce una notevole libertà di espressione e informazioni a tutti gli utenti.

Tuttavia, per quanto ancora  molti pensino il contrario, anche in rete è possibile riscontrare delle dinamiche non del tutto trasparenti. Abbiamo già visto come anche attraverso uno strumento innovativo come Facebook è possibile creare e consolidare abitudini di massa. Tutti quei social-game che richiedono un impegno quotidiano, grazie alla regola del “piccolo piacere in cambio di un piccolo impegno”, possono diventare efficaci strumenti di controllo al servizio dell’economia[1].

Per capire meglio questo concetto prendiamo a titolo di esempio il famosissimo social game Farmville. Tale gioco simula in sostanza la gestione di una fattoria. Il giocatore deve piantare i semi acquistati in un market apposito per poi raccoglierne i frutti. E’ possibile poi comprare degli animali e guernarli per ottenerne prodotti da vendere. e a tempo debito, è addirittura permesso l’acquisto di trattori, case e depositi. Ad ogni operazione riuscita si sale di livello. Ecco cosa scrive un utente a riguardo:

“lo scopo del gioco quindi quello di piantare e raccogliere salendo di livello …..infatti piu pianti e piu potrai salire di livello……quindi organizzati una bella serie di campi…..piu sali di livello e piu articoli potrai comprare…ricordati anche di compiere gli obiettivi che ti danno dei soldi o dei punti….(la medaglia di fianco al market….) all’inizio ricordati d piantare cose che costino poco e ti diano tanto…..tipo le melanzane..”

In Farmville è poi molto importante condividere i propri progressi con gli amici di Facebook:

“come vedrai in basso ci sono degli spazi con scritto neighbor.. sarebbero gli amici ke tu aggiungi su farmville con una semplice operazione….clicca in alto su my neighbor e poi selezioni tutti quelli a cui vuoi inviare la richiesta e aspetti ke accettino…fidati ke i neighbor servono xke con questi puoi ad esempio dal market-expand farm, espandere la fattoria…piu ne hai e piu cose puoi fare…”

La componente sociale è quindi fondamentale. Più amici hai invitato su Farmville a far parte dei tuoi neighbor (vicini), e più sarai in grado di progredire nell’espansione della tua fattoria. La condivisione continua anche fuori da Farmville, infatti i risultati raggiunti nel gioco vengono automaticamente pubblicati nella bacheca del profilo Facebook dell’utente e possono essere oggetto di vanto o scherno. Vi è infine l’elemento più importante di questo gioco, che lo caratterizza ulteriormente e che lo rende a tutti gli effetti uno strumento di controllo. Il fattore tempo:

“fai attenzione che quando pianti qualcosa dopo un po di tempo ti sekka…..quindi guarda sempre quanto tempo ci mette per nascere e raccoglila il prima possibile…”

Per far si che il raccolto non marcisca o si secchi, recando un’enorme perdita economica (virtuale), l’utente deve controllarlo quotidianamente, anche solo pochi secondi, per poter trarre profitto dallo sforzo della semina. Qui si trova la poesia dello strumento. Qualche dato sulla portata del fenomeno:

Farmville ha raggiunto a settembre 2009 i 13 milioni e 400 000 utilizzatori giornalieri e un totale di 82,7 milioni di utenti attivi al mese e 22,5 milioni di fan a febbraio 2010, diventando la più diffusa applicazione Facebook.”

Farmville fornisce un piccolo piacere (di gioco e di condivisione) in cambio di un piccolissimo sforzo (presenza sul sito per controllare il raccolto) a milioni di persone ogni giorno. E’ divenuta un abitudine di massa. Tale abitudine, è sotto il controllo degli autori del gioco, infatti, tali soggetti, possono decidere quanti secondi in più o  in meno, ogni giorno, milioni di persone devono passare di fronte al pc per controllare il proprio raccolto. E’ inutile spiegare oltre riguardo al come questo possa portare enormi benefici in termini di potere economico.

Tali dinamiche, inerenti al concetto di controllo (inteso come influenza dei comportamenti a scopo di guadagno politico o economico) sono a mio parere collegate strettamente al fenomeno nascente della web-massa.

Per web-massa, vorrei qui intendere la maggioranza degli utenti di un social network. Come per la massa reale, il nodo centrale che delinea i confini di tale nuovo soggetto collettivo è l’omologazione. Osservando gli utenti di Facebook, è possibile di sicuro trovare una forma di omologazione manifesta nel sistema “comunicazione”. Si sta diffondendo in maniera incontrollata, una modalità di comunicazione impulsiva, ambigua, e impersonale. Le pagine che si distinguono per un altissimo numero di iscritti (superiore ai 100.000), sono per lo più pagine che creano e diffondono “link interni” (note composte da foto e testo, dove il testo è per lo più una frase d’effetto) che denotano una tendenza verso la proposta di modelli impulsivi e superficiali, come ad esempio il modello dell’uomo vincente. Tali link sono utilizzati, ovvero “postati” dagli utenti, per vari scopi: descrivere se stessi, condividere uno stato d’animo, esprimere un pensiero, commentare una situazione, comunicare con gli altri.

Tale meccanismo, apparentemente innocuo può divenire allarmante laddove tali pagine, fornendo agli utenti dei messaggi preconfezionati con cui comunicare e raccontare se stessi, vanno a minare alla base l’individualità, la riflessione e la creatività. Per ogni sensazione, pensiero, emozione o situazione da condividere, esiste già un link pronto da postare, lo stesso per tutti. I profili della web-massa sono ben riconoscibili: colmi di link impulsivi e news riguardo a risultati di social-game. Tale fenomeno, insieme a quello dei social-game è da considerarsi negativo in quanto distrae la web-massa da un utilizzo costruttivo e intelligente del mezzo.

Internet è un medium evoluto rispetto alla televisione ed ha bisogno di utenti evoluti rispetto a a quelli televisivi. Dobbiamo imparare a prestare attenzione ai mezzi che utilizziamo, conoscerli e non dare per scontato che siano sempre utili ed innocui. Facebook è uno strumento eccezionale per comunicare, organizzarsi su larga scala (pensate alla manifestazione “No Berlusconi Day” che ha portato un milione di persone in piazza ed è stata organizzata solo tramite Facebook), informare ed informarsi (vedi le nuove forme di web-giornalismo e i nuovi leader in tale embito come la pagina “informare per resistere”) ma l’uso che se ne può fare varia di molto sulla scala dell’etica e dell’utilità. Come in tutti gli ambiti, anche in rete è necessario conoscere il campo e le regole del gioco così da poter agire consapevolmente ed evitare di incorrere in nuove forme di omologazione, controllo e marketing, sempre più sottili e irrintracciabili.


[1] Sono numerose le nuove forme di marketing virale e pubblicità alternativa che si possono trovare nel web. Sino a pochi mesi fa, nel social network facebook, l’utilizzo a scopo pubblicitario di gruppi fittizi che con nomi e “messaggi esca” (se non ti iscrivi Facebook diverrà a pagamento, accedi al profilo VIP, etc.) attiravano gli “ignari” utenti, era assai diffuso. Al momento attuale la tendenza è quella di creare account di ragazze e ragazzi bellissimi con foto molto provocanti che richiedono l’amicizia della “web-massa”. Seppur non è ancora chiarissimo ai più il meccanismo di guadagno di tali mezzi, possiamo asserire con tranquillità che queste tecniche sono molto efficaci, e chi le adotta, dimostra di essere conscio del fatto che la rete è in continuo aggiornamento (beta perpetual), che la rete segue un’evoluzione quotidiana.

The Summer is Magic

di Gianpaolo Marcucci

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Quante volte avete pensato che l’estate fosse davvero magica? Che in estate tutto è permesso, che ci si diverte, ci si rilassa; che in estate si vive meglio; così meglio da ritenere che mollare tutto per andare a vivere in uno di quei paesi “sempre verdi”, magari aprendosi un chioschetto sulla spiaggia, possa essere la soluzione a tutti i vostri problemi?

Sappiamo bene che un leader che vuole controllare un paese lasciando ai più un’apparente sensazione di democrazia, si deve servire di strumenti che la massa non riesca a notare facilmente. Uno di essi, tra i più sottili ed efficaci in quanto permette la formazione di una leggera e necessaria valvola di sfogo, è la pianificazione delle attività d’intrattenimento della popolazione. Una strutturazione adeguata dell’agenda di massa, che comprenda tutte le attività che l’uomo è spinto a “voler” svolgere, garantisce sempre un controllo stabile e duraturo. Gli esempi li troviamo in tutti gli ambiti. Il cinema globalizzato, la musica, i villaggi turistici, le discoteche; potremmo continuare a lungo. Una massa controllata, pensa di ritagliarsi uno spazio di libertà al di fuori degli schemi attraverso attività come ad esempio l’andare in discoteca il sabato sera, ascoltare gli ultimi tormentoni, sballarsi etc. In realtà, pur non essendone consapevole, con tale comportamento asseconda le linee di controllo. I ritmi della vita che la società in cui viviamo ci esorta a sostenere, sono palesemente innaturali. Per far si che la massa li accetti, e non si ribelli, si permettono delle false “uscite dai binari” come lo sballo del fine settimana, o la vacanza estiva. In poche parole è come in un allevamento di sapiens. Gli animali vengono costretti dal fattore ad attività produttive estenuanti, ma per far si che essi non si rifiutino di produrre perché ritenuti schiavi, li si lascia pascolare liberi due giorni a settimana, e un mesetto in estate, così, per assaggiare una libertà che non vedranno mai veramente. E’ risaputo che l’elemento che più annichilisce la creatività, è la standardizzazione.Rendendo standardizzate tutte le attività dell’uomo, comprese quelle improduttive come il divertirsi, il rilassarsi o il riflettere, automaticamente si rendono esse piatte, e sterili. Il meccanismo è simile a quello della circoscrizione del campo delle scelte effettuate negli anni dalla televisione. Non si vieta l’attività, ma la si pianifica, la si chiude in una scatola nella quale crescere. A chi vorrà piantare il germoglio della propria immaginazione, il leader fornirà il giorno e l’orario in cui piantarlo, e anche il vaso (di una certa capienza stabilita) da utilizzare. Per quanto la pianta possa crescere, il leader conosce già la dimensione massima che essa potrà raggiungere, impedendo così la perdita del controllo. Con la pianificazione e la standardizzazione, non si può scoprire nulla di nuovo, si gioca sempre nello stesso campo, e non si lascia spazio all’evoluzione. Se ci lasciamo pianificare anche le attività improduttive, i possibili sfoghi ed il relax ci lasciamo intrappolare in una gabbia, una scatola chiusa. Dobbiamo imparare a vivere senza pianificare, liberare la mente. Dobbiamo imparare a metterci in ascolto, affinché possano venire a noi idee nuove e creative che altrimenti non riusciremmo nemmeno a immaginare. Non possiamo più rimanere a guardare, bisogna iniziare a proporre iniziative per creare, noi stessi, i modi di vivere a misura d’uomo.

Altrimenti accadrà che reduci da uno stancante anno scolastico-accademico o lavorativo, ci ritroveremo con le braccia alzate in una grossa e rumorosa discoteca a ringraziare l’avvento della tanto agognata estate al grido, un poco ebro, di “The summer is magic”.

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Non aspettiamo la coerenza dei politici

di Gianpaolo Marcucci

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Un altro anello importante della catena che ci tiene imprigionati nella fortezza delle nostre convinzioni è di sicuro il concetto di coerenza. L’individuo per sua struttura deve mantenere nei suoi pensieri atteggiamenti comportamenti, un certo equilibrio sistemico che lo renda unitario, coerente con se stesso. Tale considerazione, figlia dell’idea che l’uomo sia un unico blocco, o comunque un “insieme chiuso”, seppur per taluni aspetti risulti comprensibile, ci fa incorrere spesso in una questione fondamentale, un problema che come pochi altri rallenta sistematicamente l’arrivo consapevole al traguardo di un’intelligenza collettiva che ci porti ad una partecipazione maggiore più equa e diretta alla vita politica.

L’uomo per sua natura non è coerente. Potrebbe dire in un momento della sua vita che non compierebbe mai una precisa azione, non compierla, e poi dopo anni, giorni o minuti, trovarsi a compierla senza indugio o ripensamenti. La coerenza interna è uno strumento di controllo, una gabbia dello spirito, un deterrente all’evoluzione. E’ solo ammettendo che si potrebbe pensare, dire o fare qualsiasi cosa e mettendo in discussione continuamente la propria posizione, che la creatività e la vita possono manifestarsi. I cambiamenti più significativi si rendono possibili mettendo in discussione tutto, anche gli strumenti abituali,cercando strade nuove, prima impensabili. Allo stesso modo, lasciare che un solo aspetto di una persona ne influenzi la percezione di tutti gli altri, rende impossibile lo sfruttamento di risorse e soluzioni utili.

Nella società odierna, in cui tutto è ridotto al battibecco personaleallo scontro emotivo ed impulsivo, se abbiamo a che fare con una persona che risulta “diversa” da noi, antipatica, maleducata o corrispondente ad un modello che la società o la televisione ci rappresentano come negativo, saremo istintivamente portati ad ascoltarla con pregiudizio, e a screditare qualsiasi cosa tale persona porti alla luce. Se di fronte a noi ci sarà però qualcuno di “fidato”, riconosciuto come simile o come modello positivo, daremo più attenzione e prenderemo più spesso in considerazione i lati positivi rispetto a quelli negativi di ciò che ci proporrà. E’ dimostrato in molti esperimenti di psicologia sociale che di fronte ad un identico discorso politico inventato dallo sperimentatore, l’uomo reagisce in maniera diversa a seconda di chi, lo sperimentatore, pone come autore del discorso. Per avere un’evoluzione a livello sociale e politico, un tale atteggiamento, che fa capo ad istinti e categorie mentali strutturate, va radicalmente cambiato. Dobbiamo imparare a liberare le soluzioni da chi le propone.

Una buona soluzione, resta una buona soluzione e va applicata a prescindere da chi l’ha proposta. Tutti gli esseri umani sono imperfetti, è impossibile trovare chi non lo è. E’ evidente che troverete sempre qualcosa di criticabile in una qualsiasi persona (Da Berlusconi a Grillo, da vostra madre a voi a stessi). Di fronte a tale situazione, se anzi che giudicare una soluzione in base alla persona che la porta in luce la giudicate solo in quanto “soluzione”, di sicuro, se essa si dimostrerà efficace, ve ne infischierete di colui che l’ha proposta, di quanto guadagna o di cosa fa, e vi industrierete il più possibile per adottarla e farla adottare. Impariamo a liberare le soluzioni dalle persone, e con l’avanzare della consapevolezza, l’immagine di un gruppo ristretto e privilegiato di politici che si spartiscono il potere barricati dietro ai media, non avrà più senso, perché a governare saranno direttamente i cittadini, le persone, gli uomini, attraverso le idee, l’ingegno e la creatività di tutti.

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